Psicologia dello Sport e Mental Training

I Neuroni Specchio

Il sistema specchio negli atleti

L'immaginazione motoria: allenamento ideomotorio e mirror therapy

"Tu vedi delle cose e ti chiedi: perchè?
Io sogno di cose che non ci sono mai state, e che forse non ci saranno mai, e mi dico: perchè no?"
W. Güllich

I Neuroni Specchio

“I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia.”
Vilayanur S. Ramachandran

Negli anni '80 e '90 il gruppo di ricercatori dell'Università di Parma coordinato da Giacomo Rizzolatti e composto da Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Vittorio Gallese e Giuseppe di Pellegrino si stava dedicando allo studio della corteccia premotoria. Avevano collocato degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare i neuroni specializzati nel controllo dei movimenti della mano, come il raccogliere o il maneggiare oggetti. Durante ogni esperimento era registrato il comportamento dei singoli neuroni nel cervello della scimmia mentre le si permetteva di accedere a frammenti di cibo, in modo da misurare la risposta neuronale a specifici movimenti.

Come molte altre notevoli scoperte, quella dei neuroni specchio è dovuta al caso. Sembra che, mentre uno sperimentatore prendeva una banana in un cesto di frutta preparato per degli esperimenti, alcuni neuroni della scimmia che osservava la scena hanno reagito. Come poteva essere accaduto questo, se la scimmia non si era mossa? Se fino ad allora si pensava che quei neuroni si attivassero soltanto per funzioni motorie? In un primo momento gli sperimentatori pensarono si trattasse di un difetto nelle misure o un guasto nella strumentazione, ma tutto risultò a posto e le reazioni si ripeterono non appena fu ripetuta l'azione di afferrare.


Da allora questo lavoro è stato pubblicato, con l'aggiornamento sulla scoperta di neuroni specchio localizzati in entrambe la regioni parietali frontali inferiori del cervello e confermato.

Nel 1995, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Giovanni Pavesi e Giacomo Rizzolatti dimostrano per la prima volta l'esistenza nell'uomo di un sistema simile a quello trovato nella scimmia. Utilizzando la stimolazione magnetica transcranica trovano infatti che la corteccia motoria dell'uomo viene facilitata dall'osservazione di azioni e movimenti altrui.

Più recentemente, altre prove ottenute tramite fMRI, TMS, EEG e test comportamentali hanno confermato che nel cervello umano esistono sistemi simili e molto sviluppati. Sono state identificate con precisione le regioni che rispondono all'azione/osservazione.

I neuroni specchio sono, quindi, una classe di neuroni che si attivano selettivamente sia quando si compie un'azione sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri (in particolare da conspecifici). I neuroni dell'osservatore "rispecchiano" quindi ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se fosse l'osservatore stesso a compiere l'azione.

Il sistema umano dei neuroni specchio codifica atti motori transitivi e intransitivi, è cioè capace di codificare sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui essa è composta. Nell'uomo non è necessaria una effettiva interazione con gli oggetti: i suoi neuroni-specchio si attivano anche quando l'azione è semplicemente mimata.

Il sistema specchio negli atleti

Considerato che il sistema specchio permette di capire le intenzioni dell’altro, quando l’altro è l’avversario, la sua buona funzionalità si rivela l’ingrediente base della vittoria.

Nello sport, specialmente nei giochi di squadra o nelle discipline in cui ci si confronta, quanto più velocemente si riesce a interpretare le intenzioni dell’altro, tanto più anticipatoria sarà la risposta, rivelandosi vincente. L’abilità nel prevedere l’azione altrui matura con l’esercizio, suggerendo quindi che anche la funzionalità del sistema specchio si possa allenare con la pratica.

Salvatore Maria Aglioti, neurologo, e collaboratori hanno condotto uno studio su un campione composto da tre gruppi di partecipanti.

Un primo gruppo formato esclusivamente da atleti professionisti di calcio e di pallacanestro; un secondo da giornalisti sportivi e allenatori di calcio o pallacanestro; un terzo da persone che non avevano mai praticato entrambi gli sport. 

A tutti i partecipanti venivano mostrati video al computer in cui si vedevano calci di rigore e tiri verso il canestro interrotti a diversi intervalli temporali e si chiedeva di “indovinare” se il tiro sarebbe entrato in porta o nel canestro. I risultati ottenuti sono stati davvero interessanti perché hanno mostrato che solo i giocatori professionisti di calcio e di pallacanestro, e solo relativamente alla loro disciplina, riuscivano a prevedere correttamente l’esito del tiro addirittura sin dai primissimi istanti. Infatti, un portiere professionista riusciva a prevedere sin da subito la traiettoria dei tiri in porta, ma non di quelli verso il canestro. Viceversa, un giocatore di pallacanestro ci riusciva per i soli tiri verso il canestro. Gli altri partecipanti allo studio, i giornalisti sportivi, gli allenatori, e tutti coloro che praticavano entrambi gli sport, riuscivano ugualmente a prevedere l’esito della palla, ma molto più in ritardo, in alcuni casi anche nella fase finale della traiettoria.  Un altro risultato interessante è che i giocatori professionisti, sempre all’interno della loro disciplina, erano più bravi a prevedere i tiri sbagliati (quelli che non entravano in porta  o nel canestro) rispetto ai tiri corretti.

Attraverso l’analisi della cinematica del movimento del polso per i tiri a canestro e del ginocchio per i tiri in porta, è emerso che la posizione che le due articolazioni assumono nei primissimi istanti del movimento è diversa per i tiri corretti rispetto a quelli sbagliati. Pertanto sembrerebbe che, a differenza dei giocatori amatoriali, degli allenatori e dei giornalisti, gli atleti professionisti riescano a prevedere fin da subito la traiettoria della palla basandosi sulla posizione del corpo dell’avversario e riescono a farlo più facilmente quando il tiro è sbagliato perché l’errata posizione del corpo risulta più evidente.

Aglioti et al. 2008

L'immaginazione motoria

L’immaginazione mentale o mental imagery può essere considerata un’esperienza percettiva che si origina in assenza di stimoli esterni.

Di particolare interesse per il miglioramento della tecnica è l’immaginazione motoria o motor imagery definita come la rappresentazione di un’azione, molto simile a ciò che avviene nella realtà (rappresentazione mentale di un movimento, di un atto motorio o di un’azione), senza però la sua reale esecuzione. Essa rappresenta una vera e propria abilità cognitiva che permette di rivivere un’esperienza motoria in assenza di attivazione muscolare, consentendo la focalizzazione sulla sequenza dei movimenti che compongono l’azione attraverso l’utilizzo delle informazioni cinestesiche e dinamiche del movimento.

L’immaginazione motoria è una metodica molto usata per migliorare la tecnica ed è alla base dell’allenamento ideomotorio.

 

È stato ampiamente dimostrato che l’immaginazione di un atto motorio attiva gli stessi circuiti cerebrali/neurali che entrano in gioco durante la reale esecuzione, suggerendo, appunto, una possibile implicazione del sistema specchio: una maggiore attivazione dell’area motoria secondaria, della corteccia parietale posteriore e delle aree frontali e prefrontali. Quando eseguiamo realmente un comportamento motorio, si attivano le aree di pianificazione e programmazione motoria, le aree sottostanti i processi decisionali e le aree di esecuzione. Lo stesso avviene quando lo immaginiamo; se poi l’oggetto dell’immaginazione è un comportamento motorio finalizzato (un atto motorio o un’azione) si attiva anche il sistema specchio che coinvolge un circuito parieto-frontale più ampio.

 

Per tutte queste particolarità, l’immaginazione motoria è stata recentemente definita anche dinamica, proprio perché la sequenza dei movimenti immaginati tiene conto delle caratteristiche spaziali e temporali dell’azione reale che non è di certo statica.

Allenamento Ideomotorio

Quando l’immaginazione motoria o motor imagery viene utilizzata come metodo per migliorare la tecnica e viene inserita in un programma di allenamento strutturato, si parla di allenamento ideomotorio. Questo tipo di allenamento mentale produce significativi effetti positivi sull’apprendimento e sull’interiorizzazione dei movimenti immaginati.

 

Sulla base delle molteplici evidenze e indicazioni presenti in letteratura, recenti studi  suggeriscono che, ai fini di un significativo apprendimento della tecnica, durante l’immaginazione motoria sarebbe opportuno includere più particolari possibili consoni alla realtà della reazione reale.

 

Ad esempio, se sto immaginando la parata di un calcio di rigore, sarà meglio associarvi anche le sensazioni e gli stati emozionali che si potrebbero avvertire quando l’azione verrà realmente eseguita. Sarebbe poi preferibile che la parata avvenga su base cinestesica e nel modo più fedele possibile alla velocità di quella reale.

Vealey e Greenleaf 2010

 

Con queste premesse, è emerso in letteratura un modello di immaginazione motoria che potrebbe essere di aiuto impostare un allenamento ideomotorio efficace: il modello PETTLEP.

Come in tutte le abilità, anche nell’immaginazione motoria si diventa bravi attraverso l’esercizio.

Robert Weinberg PhD, Kinesiologo-Psicologo, suggerisce a coloro che sono poco esperti di manipolazione mentale di iniziare con l’immaginare l’esecuzione dei movimenti di base (scomposizione) e, solo man mano che aumenta l’abilità immaginativa, aumentare la complessità e la lunghezza della sequenza.

Weinberg e Gould 2015

Oltre all’esperienza e al contesto, è importante considerare l’oggetto dell’immaginazione motoria. Infatti, se questo è un atto motorio o azione, piuttosto che un semplice movimento, l’allenzamento ideomotorio produce risultati migliori. Questo perché la finalità del movimento chiama in gioco, oltre che i circuiti neuronali sottostanti la pianificazione e la programmazione del movimento,  anche il sistema specchio che è sensibile allo scopo.

Mirror therapy

Un’altra metodica in grado di migliorare sensibilmente la tecnica è l’osservazione. Attraverso la visione della corretta esecuzione del gesto, si trasmette all’osservatore la conoscenza motoria dell’azione. Si parla, infatti, di apprendimento per osservazione.

Affinché l’osservazione produca un effettivo apprendimento, il comportamento motorio osservato deve essere contraddistinto da un fine, il cui scopo dovrà essere compreso dall’osservatore. Inoltre, quest’ultimo deve avere già esperienza (deve infatti essere in grado di eseguire) dei movimenti che compongono l’atto motorio osservato.

L’apprendimento per osservazione o learning by observation (basato sulle proprietà funzionali dei neuroni specchio) non deve essere confuso con l’imitazione dell’azione o “learning” by imitation.

Nel primo caso si produce apprendimento solo se il comportamento osservato è finalizzato, viene compreso e se ne è già avuta esperienza. Se manca anche uno di questi presupposti, non è detto che l’apprendimento si verifichi. Attraverso l’ossevazione si può acquisire e consolidare un atto motorio o un’azione, che in ambito sportivo è traducibile nell’osservare una tecnica (sequenza di movimenti finalizzati a uno scopo) e una tattica di gioco. In quest’ultimo caso, si privilegia l’utilizzo di filmati ricchi di azioni vincenti e tatticamente ben strutturate, ad esempio, in una partita di calcio quelle che si sono concluse con un goal.

 

L’apprendimento per osservazione di azioni e l’imitazione dell’azione si differenziano per la richiesta cognitiva che rispettivamente richiedono.

Mandolesi 2012

Infatti, l’apprendimento per osservazione rientra tra i processi mnesici di acquisizione dell’informazione. Pertanto, da un punto di vista neurobiologico, oltre alle aree visive e motorie, quando si osserva una sequenza di movimenti finalizzata vi è un coinvolgimento del cervelletto, implicato fortemente nell’apprendimento motorio. Inoltre, allo stesso modo dell’apprendimento  by doing, anche l’apprendimento per osservazione segue una serie di tappe di acquisizione che rendono automatica l’esecuzione dell’azione appresa.

L’imitazione di azioni, invece, è un processo cognitivo diverso, in cui l’azione, anche se non compresa, viene immediatamente riproposta. Molto spesso, infatti, quando ripetiamo azioni senza capirne il significato, non siamo più in grado di riprodurle dopo un certo tempo. Proprio perché l’imitazione non determina apprendimento, è quasi del tutto assente la partecipazione del cervelletto.

Miall 2003

 

La metodologia dell’apprendimento per osservazione viene spesso utilizzata in ambito sportivo anche dopo un serio infortunio, quando l’atleta necessita di recuperare le abilità motorie. Il principio su cui si basa la riabilitazione trova, appunto, fondamenta sulla condivisione dei circuiti neuronali sottostanti l’azione che si attivano con l’osservazione, anche se i movimenti non sono realmente eseguiti. Siccome consiste nel vedere un comportamento motorio finalizzato, l’osservazione chiama in causa il sistema specchio. Per questo correlato anatomo-funzionale, questo tipo di terapia riabilitativa viene chiamata mirror therapy.

Oggi sappiamo che la mirror therapy è una metodica riabilitativa che, se affiancata a quella classica, da ottimi risultati, perché permette di allenare, e quindi recuperare, specifici circuiti cerebrali.

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