• Terapie Corporee e
    Terapie Espressive

    L'io pelle e l'io carne.

    Il corpo come mezzo di comunicazione.

    L'io pelle

    "Ho diverse obiezioni da opporre a questa minimizzazione del ruolo della pelle nello sviluppo dello psichismo. Nell'embrione, se non nel neonato, la sensibilità tattile appare la prima ed è là, probabilmente, la conseguenza dello sviluppo dell'ectoderma., fonte neurologica comune della pelle e del cervello. L'evento della nascita apporta al bambino che sta venendo al mondo un'esperienza di massaggio di tutto il corpo e di sfregamento generalizzato della pelle nel corso delle contrazioni materne e dell'espulsione fuori dal condotto vaginale [...] si sa che questi contatti tattili stimolano e mettono in moto le funzioni respiratorie e digestive; in caso di insufficienza, sono sostituite da contatti artificiali (scosse, bagni, impacchi caldi, massaggi manuali). Lo sviluppo delle attività, poi, delle comunicazioni sensoriali attraverso l'udito, la vista, l'olfatto, il gusto, è a sua volta favorito dal modo in cui le persone che gli sono attorno portano il bambino, lo rassicurano stringendo il suo corpo contro il loro, sostenendogli la testa o la colonna vertebrale [...] La pelle, supponendo che non abbia anteriorità cronologica, possiede un primato strutturale su tutti gli altri sensi, almeno per tre motivi. E' il solo senso a ricoprire tutto il corpo. Contiene diversi sensi distinti (calore, dolore, contatto, pressione ...) la cui prossimità fisica comporta la contiguità psichica. Infine, come sottolinea Freud in modo allusivo, toccare è l'unico dei cinque sensi a possedere una struttura riflessiva: il bambino che tocca con il dito le parti del proprio corpo sperimenta le due sensazioni complementari di essere un pezzetto di pelle che tocca e al tempo stesso di essere un pezzetto di pelle che viene toccato. E' sul modello della riflessività tattile che si costruiscono le altre riflessività sensoriali (ascoltarsi, emettere un suono, annusare il proprio odore, guardarsi allo specchio) e poi la riflessività del pensiero."

    L'Io carne

    "L'Io non è soltanto un «Io-pelle» ma anche un «Io-carne». La comunicazione che si stabilisce non è solo una relazione da pelle a pelle, ma anche una relazione da carne a carne, dove la muscolatura è al tempo stesso emittente e ricevente.

    [...] la pelle non costituisce l'unica interfaccia tra l'Io e il mondo; gli stimoli esterni, contatti e pressioni in particolare, penetrano attraverso l'epidermide e il derma per raggiungere direttamente i tessuti sottostanti. [...] L'Io corporeo non è soltanto una superficie ma un volume, non solo un contenente ma anche un contenuto, uno spazio interiore che emette sensazioni e vissuto nell'immaginario inconscio come la sostanza dell'Io, senza cui la pelle è solo un involucro vuoto.

    [...] Tali sensazioni propriocettive sono solitamente inconsce, ma non sono meno costitutive di una rappresentazione, di un'immagine del corpo."

    Il corpo come mezzo di comunicazione

    Abbiamo del corpo dell'altro solo una visione sincretica, vale a dire un'apprendimento globale e più o meno confuso di un tutto. La traduciamo spontaneamente con un sentimento: egli è contento... è triste... è depresso... è in collera... o con un'intenzione: Egli (o ella) vuole sedurmi... convincermi o dominarmi... mi mente, ecc. E' il suo corpo che lo dice, ancor prima che egli abbia pronunciato una sola parola. Comprendiamo questo linguaggio del corpo senza aver bisogno di identificare e analizzare i molteplici elementi che lo costituiscono. E' in tal senso che Sapir lo definisce come "qualcosa che non è scritto da nessuna parte, che nessuno conosce, ma che tutti comprendono".

    Se il linguaggio del corpo è universale è perchè esso si basa su strutture arcaiche, trasmesse di generazione in generazione, iscritte in qualche modo nell'Es. Queste strutture neuro-psicomotorie fanno parte del patrimonio genetico dell'umanità. La specie umana, come qualsiasi altra specie animale, ha i suoi codici gestuali e i suoi rituali di comunicazione. Esiste anche una certa analogia tra i codici gestuali di specie differenti, cosa che permette all'uomo e all'animale di comprendersi nell'espressione dei sentimenti primari.

    "Il corpo parla di desideri e di fantasmi, non di realtà obiettiva.

    Il corpo non è fatto per l'informazione obiettiva ma per la comunicazione."

    A. Lapierre

    Quando parliamo di comunicazione in analisi corporea, è per designare lo stabilirsi di una relazione molto profonda, di una divisione di sentimenti a forte carica emozionale, di una unione in uno scambio intimo.

    La relazione si limita solitamente a un livello più superficiale, per cui non resta altro che il corpo a esprimere spontaneamente i sentimenti, i desideri e i fantasmi. Come li esprime? Attraverso la postura, la mimica, lo sguardo, il gesto (o l'immobilità), il contatto, la distanza, il ritmo, la respirazione, le tonalità vocali, l'atto e il modo in cui utilizza gli oggetti. Tutti questi messaggi non verbali costituiscono, sembra, i due terzi della relazione. Occorre anche che queste differenti parti del messaggio siano coerenti tra loro perchè il messaggio stesso sia percepito come messaggio globale e senza ambiguità. Tale coerenza viene assicurata dal tono, dalle modulazioni toniche, involontarie generate dalle tensioni psichiche che si trasmettono simultaneamente, a partire dal mesencefalo, a tutte le parti del corpo.

  • Terapie Immaginative

    Visualizzazioni guidate.

    "L'immaginazione può facilitare l'accesso delle persone alle loro conoscenze inconsapevoli e talvolta proprio la conoscenza delle emozioni, radicate profondamente nel corpo e nelle strutture del sistema nervoso, è più facilmente traducibile in immagini piuttosto che in parole.
    La fantasia guidata permette l’accesso a livelli molto profondi della vita emotiva, ma permette anche l’esplorazione del movimento e dell’azione. Nell’immaginazione l’attivazione del sistema sensoriale è reale, come accade per esempio se rievochiamo episodi traumatici, possiamo essere fiduciosi che ciò che accade nel sistema delle immagini ha una sua realtà piena.
    I metodi immaginativi permettono di offrire al paziente una modalità di ricostruzione delle proprie emozioni meno diretta di quella linguistica che viene più facilmente controllata dai processi inibitori della coscienza. Le immagini sono spesso cariche di valenze emotive che il paziente non riesce immediatamente a decodificare ed esprimere in parole, ma che percepisce direttamente in termini di sensazioni.
    La presa di coscienza delle proprie conoscenze emozionali si attua, in questo modo, prima attraverso un "sentirle" e un riviverle direttamente (e spesso intensamente), nel qui e ora del setting, e solo successivamente attraverso il tentativo di traduzione e di espressione verbale delle proprie sensazioni."

    "L'immagine mentale è una particolare forma di pensiero, che può essere di tipo imitativo-riproduttivo (quando rievoca figure mnestiche) o di tipo costruttivo-creativo (quando produce immagini mai appartenute all'esperienza diretta). L'acquisizione forse più significativa ai fini delle tecniche immaginative sta nell'aver appurato che la mente umana è dipendente in larga misura dai processi immaginativi e molto meno da quelli verbali (Peresson, 1983, p.20). E' a quest'intuizione originaria, divenuta poi convincimento e infine acquisizione scientifica, che rimanda per intero lo sviluppo delle terapie immaginative.

    [...]Viene evidenziandosi anche un sinergismo bilaterale fra immagini mentali e stati distensivi: se molti autori inducevano uno stato di rilassamento per facilitare l'immaginazione, altri si accorsero che immaginare determinati scenari facilita la distensione."

    Visualizzazioni guidate

    La visualizzazione guidata utilizza selettivamente simboli diversi, a seconda del loro contenuto e della loro funzione psicodinamica. E' stato individuato un parallelo fra le visualizzazioni guidate e le fiabe, ravvisando nella modalità di narrazione di queste ultime interessanti criteri che vengono riproposti nelle visualizzazioni guidate (Caldironi, Widmann, 1980, pp.82 ss.).

    Da queste considerazioni discendono alcuni parametri operativi che caratterizzano le visualizzazioni guidate:

    - al paziente viene offerta una narrazione in un clima distensivo e regressivo, con modalità che facilitino la sua partecipazione emotiva alla vicenda immaginaria e la sua identificazione con il simbolo descritto;

    - gli stati d'animo devono emergere sempre molto distintamente e a tal fine vengono suggestivamente stimolati dal terapeuta;

    - la concatenazione dei simboli è tale da procedere dagli aspetti inferiori verso quelli superiori;

    - la vicenda narrativa è costruita in modo da portare verso uno stato di equilibrio finale.

  • Filosofia Orientale

    Esercizi dei meridiani.

    Corpo, respiro, mente nella pratica Zen: la respirazione in Zazen.

    Lo stato dei meridiani e l'equilibrio psicofisico

    Gli esercizi dei meridiani, secondo Masunaga e Ohashi, offrono la possibilità di valutare le condizioni dei meridiani, cioè di scoprire le anomalie o disfunzioni presenti.; aiutano, inoltre, a mantenere il corpo elastico e armonioso.

    Il processo di unificare corpo, respiro e mente: Zazen

    "La respirazione in zazen è naturale e fondata sul cilco respiratorio.

    [...] Quando sedete, il corpo, il respiro e la mente sono in armonia; e quando il respiro si calma, anche la mente si calma. quando ciò avviene si sperimenta naturalmente una gradevole sensazione di unità.

    [...] Il processo di unificare corpo, respiro e mente non avviene nell'identico modo in ogni persona. Inspirando, siate uno con il respiro. Dovete trovare il vostro modo individuale di raggiungere questa integrazione. Questa è la condizione fondamentale dello zazen."

  • Psicologia del Benessere

    Emozione - Pensiero - Azione.

    Lo sviluppo personale.

    La qualità della vita è correlata all'equilibrio che si crea tra i diversi fattori che la compongono: ambiente casa, ambiente lavoro, tempo libero, esercizio fisico, alimentazione, sonno, relazioni sentimentali, relazioni amicali...

    Le capacità di essere rilassati e dirigere la mente ci consentono di affrontare ogni situazione con equilibrio, modificando le abitudini e sviluppando maggiore autostima.

  • Psicologia dello Sport

    Neuroni specchio e immaginazione motoria.

    I Neuroni Specchio

    “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia.”
    Vilayanur S. Ramachandran

    Negli anni '80 e '90 il gruppo di ricercatori dell'Università di Parma coordinato da Giacomo Rizzolatti e composto da Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Vittorio Gallese e Giuseppe di Pellegrino si stava dedicando allo studio della corteccia premotoria. Avevano collocato degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare i neuroni specializzati nel controllo dei movimenti della mano, come il raccogliere o il maneggiare oggetti. Durante ogni esperimento era registrato il comportamento dei singoli neuroni nel cervello della scimmia mentre le si permetteva di accedere a frammenti di cibo, in modo da misurare la risposta neuronale a specifici movimenti.

    Come molte altre notevoli scoperte, quella dei neuroni specchio è dovuta al caso. Sembra che, mentre uno sperimentatore prendeva una banana in un cesto di frutta preparato per degli esperimenti, alcuni neuroni della scimmia che osservava la scena hanno reagito. Come poteva essere accaduto questo, se la scimmia non si era mossa? Se fino ad allora si pensava che quei neuroni si attivassero soltanto per funzioni motorie? In un primo momento gli sperimentatori pensarono si trattasse di un difetto nelle misure o un guasto nella strumentazione, ma tutto risultò a posto e le reazioni si ripeterono non appena fu ripetuta l'azione di afferrare.


    Da allora questo lavoro è stato pubblicato, con l'aggiornamento sulla scoperta di neuroni specchio localizzati in entrambe la regioni parietali frontali inferiori del cervello e confermato.

    Nel 1995, Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Giovanni Pavesi e Giacomo Rizzolatti dimostrano per la prima volta l'esistenza nell'uomo di un sistema simile a quello trovato nella scimmia. Utilizzando la stimolazione magnetica transcranica trovano infatti che la corteccia motoria dell'uomo viene facilitata dall'osservazione di azioni e movimenti altrui.

    Più recentemente, altre prove ottenute tramite fMRI, TMS, EEG e test comportamentali hanno confermato che nel cervello umano esistono sistemi simili e molto sviluppati. Sono state identificate con precisione le regioni che rispondono all'azione/osservazione.

    I neuroni specchio sono, quindi, una classe di neuroni che si attivano selettivamente sia quando si compie un'azione sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri (in particolare da conspecifici). I neuroni dell'osservatore "rispecchiano" quindi ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se fosse l'osservatore stesso a compiere l'azione.

    Il sistema umano dei neuroni specchio codifica atti motori transitivi e intransitivi, è cioè capace di codificare sia il tipo di azione che la sequenza dei movimenti di cui essa è composta. Nell'uomo non è necessaria una effettiva interazione con gli oggetti: i suoi neuroni-specchio si attivano anche quando l'azione è semplicemente mimata.

    Il Sistema specchio negli Atleti

    Considerato che il sistema specchio permette di capire le intenzioni dell’altro, quando l’altro è l’avversario, la sua buona funzionalità si rivela l’ingrediente base della vittoria.

    Nello sport, specialmente nei giochi di squadra o nelle discipline in cui ci si confronta, quanto più velocemente si riesce a interpretare le intenzioni dell’altro, tanto più anticipatoria sarà la risposta, rivelandosi vincente. L’abilità nel prevedere l’azione altrui matura con l’esercizio, suggerendo quindi che anche la funzionalità del sistema specchio si possa allenare con la pratica.

    Salvatore Maria Aglioti, neurologo, e collaboratori hanno condotto uno studio su un campione composto da tre gruppi di partecipanti.

    Un primo gruppo formato esclusivamente da atleti professionisti di calcio e di pallacanestro; un secondo da giornalisti sportivi e allenatori di calcio o pallacanestro; un terzo da persone che non avevano mai praticato entrambi gli sport. 

    A tutti i partecipanti venivano mostrati video al computer in cui si vedevano calci di rigore e tiri verso il canestro interrotti a diversi intervalli temporali e si chiedeva di “indovinare” se il tiro sarebbe entrato in porta o nel canestro. I risultati ottenuti sono stati davvero interessanti perché hanno mostrato che solo i giocatori professionisti di calcio e di pallacanestro, e solo relativamente alla loro disciplina, riuscivano a prevedere correttamente l’esito del tiro addirittura sin dai primissimi istanti. Infatti, un portiere professionista riusciva a prevedere sin da subito la traiettoria dei tiri in porta, ma non di quelli verso il canestro. Viceversa, un giocatore di pallacanestro ci riusciva per i soli tiri verso il canestro. Gli altri partecipanti allo studio, i giornalisti sportivi, gli allenatori, e tutti coloro che praticavano entrambi gli sport, riuscivano ugualmente a prevedere l’esito della palla, ma molto più in ritardo, in alcuni casi anche nella fase finale della traiettoria.  Un altro risultato interessante è che i giocatori professionisti, sempre all’interno della loro disciplina, erano più bravi a prevedere i tiri sbagliati (quelli che non entravano in porta  o nel canestro) rispetto ai tiri corretti.

    Attraverso l’analisi della cinematica del movimento del polso per i tiri a canestro e del ginocchio per i tiri in porta, è emerso che la posizione che le due articolazioni assumono nei primissimi istanti del movimento è diversa per i tiri corretti rispetto a quelli sbagliati. Pertanto sembrerebbe che, a differenza dei giocatori amatoriali, degli allenatori e dei giornalisti, gli atleti professionisti riescano a prevedere fin da subito la traiettoria della palla basandosi sulla posizione del corpo dell’avversario e riescono a farlo più facilmente quando il tiro è sbagliato perché l’errata posizione del corpo risulta più evidente.

    Aglioti et al. 2008

    L'Immaginazione Motoria

    L’immaginazione mentale o mental imagery può essere considerata un’esperienza percettiva che si origina in assenza di stimoli esterni.

    Di particolare interesse per il miglioramento della tecnica è l’immaginazione motoria o motor imagery definita come la rappresentazione di un’azione, molto simile a ciò che avviene nella realtà (rappresentazione mentale di un movimento, di un atto motorio o di un’azione), senza però la sua reale esecuzione. Essa rappresenta una vera e propria abilità cognitiva che permette di rivivere un’esperienza motoria in assenza di attivazione muscolare, consentendo la focalizzazione sulla sequenza dei movimenti che compongono l’azione attraverso l’utilizzo delle informazioni cinestesiche e dinamiche del movimento.

    L’immaginazione motoria è una metodica molto usata per migliorare la tecnica ed è alla base dell’allenamento ideomotorio.

     

    È stato ampiamente dimostrato che l’immaginazione di un atto motorio attiva gli stessi circuiti cerebrali/neurali che entrano in gioco durante la reale esecuzione, suggerendo, appunto, una possibile implicazione del sistema specchio: una maggiore attivazione dell’area motoria secondaria, della corteccia parietale posteriore e delle aree frontali e prefrontali. Quando eseguiamo realmente un comportamento motorio, si attivano le aree di pianificazione e programmazione motoria, le aree sottostanti i processi decisionali e le aree di esecuzione. Lo stesso avviene quando lo immaginiamo; se poi l’oggetto dell’immaginazione è un comportamento motorio finalizzato (un atto motorio o un’azione) si attiva anche il sistema specchio che coinvolge un circuito parieto-frontale più ampio.

     

    Per tutte queste particolarità, l’immaginazione motoria è stata recentemente definita anche dinamica, proprio perché la sequenza dei movimenti immaginati tiene conto delle caratteristiche spaziali e temporali dell’azione reale che non è di certo statica.

    Allenamento Ideomotorio

    Quando l’immaginazione motoria o motor imagery viene utilizzata come metodo per migliorare la tecnica e viene inserita in un programma di allenamento strutturato, si parla di allenamento ideomotorio. Questo tipo di allenamento mentale produce significativi effetti positivi sull’apprendimento e sull’interiorizzazione dei movimenti immaginati.

     

    Sulla base delle molteplici evidenze e indicazioni presenti in letteratura, recenti studi  suggeriscono che, ai fini di un significativo apprendimento della tecnica, durante l’immaginazione motoria sarebbe opportuno includere più particolari possibili consoni alla realtà della reazione reale.

     

    Ad esempio, se sto immaginando la parata di un calcio di rigore, sarà meglio associarvi anche le sensazioni e gli stati emozionali che si potrebbero avvertire quando l’azione verrà realmente eseguita. Sarebbe poi preferibile che la parata avvenga su base cinestesica e nel modo più fedele possibile alla velocità di quella reale.

    Vealey e Greenleaf 2010

     

    Con queste premesse, è emerso in letteratura un modello di immaginazione motoria che potrebbe essere di aiuto impostare un allenamento ideomotorio efficace: il modello PETTLEP.

    Come in tutte le abilità, anche nell’immaginazione motoria si diventa bravi attraverso l’esercizio.

    Robert Weinberg PhD, Kinesiologo-Psicologo, suggerisce a coloro che sono poco esperti di manipolazione mentale di iniziare con l’immaginare l’esecuzione dei movimenti di base (scomposizione) e, solo man mano che aumenta l’abilità immaginativa, aumentare la complessità e la lunghezza della sequenza.

    Weinberg e Gould 2015

    Oltre all’esperienza e al contesto, è importante considerare l’oggetto dell’immaginazione motoria. Infatti, se questo è un atto motorio o azione, piuttosto che un semplice movimento, l’allenzamento ideomotorio produce risultati migliori. Questo perché la finalità del movimento chiama in gioco, oltre che i circuiti neuronali sottostanti la pianificazione e la programmazione del movimento,  anche il sistema specchio che è sensibile allo scopo.

  • Rilassamento e Mental Training

    Training autogeno.

    Rilassamento progressivo.

    Training autogeno

    Concetto basilare in Schultz è quello di organismo come "totalità unitaria" (Ganzheit). L'organismo non viene composto da cellule, bensì è l'oganismo che si compone da sé con le cellule (Schultz, 2001, p.77).

    L'attività di un organismo si impronta a principi e a norme assai coerenti: esistono principi interni alla vita stessa che regolano la sua esistenza. Schultz ha chiamato "bionomici" (da bios, vita e nomos, norma) i principi ce presiedono allo sviluppo vitale.

    La psicoterapia di Schultz è autogena in quanto si fonda su funzioni dell'organismo che si sviluppano da sole, per adesione spontanea ai principi bionomici.

    La psicoterapia bionomica è una psicoterapia di individuazione in quanto aderisce allo sviluppo del piano individuale.

    Tutte le tecniche immaginative autogene rimandano a tale quadro teorico e presuppongono che il soggetto abbia appreso il training autogeno (TA); questo procedimento si articola in due momenti distintivi, detti ciclo inferiore e ciclo superiore.

    Il ciclo inferiore è una tecnica di rilassamento che, per esercizi progressivi, porta il soggetto a realizzare in sé vissuti somatici tipici del rilassamento. Essa si caratterizza per il fatto che il terapeuta si limita a descrivere il procedimento, a illustrare quali meccanismi si intendono attivare, a insegnare come si pratica, ma poi il paziente la realizza del tutto per conto proprio. A sottolineare questo fatto, dopo aver illustrato la procedura da seguire, il terapeuta lascia solo il paziente mentre questi realizza concretamente gli esercizi previsti. Inoltre, il training autogeno viene effettuato dalla persona anche a casa (training, allenamento).

    Questo modo di procedere intende essere coerente con il principio di autogenicità: non è il terapeuta che detta all'organismo delle linee di condotta, ma è l'organismo stesso che si rimette in sintonia con i suoi principi interni, bionomici. Il terapeuta intende solo riconsegnare il soggetto all'autogenicità delle sue funzioni, all'organizzazione autogena del sistema-organismo.

    Il training autogeno superiore prevede che si effettui almeno tre volte a settimana l'esercizio che è stato appreso nello studio del terapeuta. Il materiale immaginativo degli esercizi fatti a casa viene raccolto, annotato sul protocollo e portato nella seduta successiva per l'elaborazione.

  • Riequilibrio Psicofisico

    Stress, sistema immunitario e rilassamento.

    Il secondo cervello: probiotici e prebiotici.

    Stanchezza psicosomatica e magnesio.

    Insonnia nella MTC: passiflora e valeriana.

    Insonnia psicosomatica e alimentazione.

    Le proprietà degli oli essenziali.

    Stress, sistema immunitario e rilassamento.

    L'introduzione del termine è da attribuire a Hans Selye, medico austriaco, che lo definì come  “una risposta (generale) aspecifica a qualsiasi richiesta (demand) proveniente dall’ambiente” (Selye, 1955).

    Selye era solito scrivere che "lo stress è l'essenza della vita", i suoi lavori hanno stabilito che il nostro organismo, al pari di quello degli altri animali, di fronte a uno stimolo (stressor) , sia esso fisico, tossico o psichico, reagisce attivando la stessa reazione biologica fondamentale che dal cervello si conclude con un attivazione delle ghiandole surrenali che producono un eccesso di "ormoni dello stress": cortisolo, adrenalina e noradrenalina.

    La reazione di stress comporta una variazione rilevante  di molti sistemi (nervoso, endocrino, immunitario, metabolico, circolatorio) che mettono in condizione l'organismo di affrontare al meglio la situazione che ha originato la reazione medesima. Come conseguenza dell'aumento degli ormoni dello stress e di altri collegati, il cervello è più attivo e attento, i muscoli maggiormente irrorati e riforniti di substrati energetici, il sangue più ricco di sostanze utili a contrastare il dolore e a riparare eventuali ferite.

    In questo senso lo stress è l'essenza della vita. I problemi sorgono quando lo stress è molto potente (trauma) o quando dura nel tempo e, soprattutto, quando viene interpretato e vissuto come una fonte di preoccupazione.

    La ricerca ci dice che:

    - l'eccesso di cortisolo nel cervello fa morire i neuroni dell'ippocampo, area del cervello che svolge alcune funzioni fondamentali tra cui la formazione della memoria;

    - lo stress cronico colloca la reattività del sistema immunitario su una modalità inadatta a contrastare patologie infettive.

           (Glaser R., Kiecolt-Glaser J.K., Stress-induced immune dysfunction: implications for health, Nature Reviews Immunology 2005; 5:243-251)

    In uno studio pilota su praticanti di Qi Gong si è constatato che chi medita ha un profilo di espressione genica che determina un sistema immunitario pronto a rispondere e, al tempo stesso, a tornare rapidamente nei ranghi una volta che lo stimolo infettivo è passato.

    Dallo studio pubblicato su PLOS ONE, condotto nel Mind Body Institute di Henry Benson (pioniere della ricerca sulle tecniche di rilassamento), emerge un profilo di espressione genica nelle cellule immunitarie che conferisce ai praticanti un maggior controllo dell'infiammazione.

    (Dusek J. et al., Genomic counter-stress changes induced by relaxation response, PLOS ONE 2008; 3:e2576)

    Il secondo cervello: probiotici e prebiotici.

    Il collegamento tra intestino e cervello è ben più stretto di quello che si possa immaginare, per la semplice ragione che nell'intestino troviamo una rete nervosa di tutto rispetto: oltre cento milioni di neuroni che gestiscono le attività intestinali e che si collegano al cervello tramite il sistema nervoso vegetativo.

    Questa rete nervosa intestinale, per le sue dimensioni e per le sue modalità di funzionamento, è stata battezzata, dai neuroanatomisti che più recentemente l'hanno studiata, "secondo cervello".

    Gershon M.D., The second Brain, Harper Collins, New York, 1999; trad. it. Il secondo cervello, UTET, Torino, 2006.

    Probiotico. Dal greco "pro-bios" a favore della vita.

    Secondo la definizione ufficiale di FAO e OMS, i probiotici sono “micro-organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell'ospite”.
     

    Prebiotico. I prebiotici sono oligosaccaridi non digeribili che, presenti negli alimenti o venduti sotto forma di integratori, influenzano positivamente la crescita e l'attività di uno o di un numero limitato di batteri benefici presenti nel colon.

    Stanchezza psicosomatica e magnesio.

    Stanchezza o fatica designano in senso metaforico uno stato fisico soggettivo di sovraccarico emozionale o psichico, a volte consecutivo a un eccesso di lavoro intellettuale associato a una sensazione di oberamento, di delusione, di disinganno.

    La fatica può essere legata a un conflitto emozionale che assorbe cronicamente una parte cospicua di energia. Il soggetto si sente scoraggiato come conseguenza di un conflitto cronico che non è capace di risolvere.

    Il magnesio è un minerale importante per l'attività e l'equilibrio del sistema nervoso: svolge un’azione distensiva e calmante e attenua l’eccitabilità dei nervi e dei muscoli. Riduce la secrezione dell’adrenalina e si rivela efficace per sciogliere i crampi e rilassare le tensioni, ad esempio in caso di mal di testa.

    Il magnesio interviene nella coagulazione sanguigna e nel metabolismo dei lipidi, delle proteine e dei glucidi e permette la produzione di energia. Favorisce il mantenimento di un Ph equilibrato nel sangue, regola il ritmo cardiaco e ha un’azione vasodilatatrice. Consolida la formazione e crescita delle ossa.

    Il magnesio migliora l’equilibrio psichico, rende più tranquilli e rilassati. Rasserena l’animo ed è efficace contro il nervosismo, la paura, l’ipocondria. Utile in caso di depressione, e stanchezza mentale. Il magnesio attenua l’aggressività e rafforza lo spirito di sopportazione.

    Insonnia nella MTC: passiflora e valeriana.

    Nella MTC viene applicato, per quanto riguarda l'approccio alla cura dell'insonnia, il concetto di "radice e rami".
    Sintomi quali l'insonnia sono considerati i "rami" della malattia. La radice è una disfunzione o squilibrio delle sostanze fondamentali (qi, xue, yin, yang, jing, shen) oppure dei sistemi maggiori degli organi (Polmone, Cuore, Milza, Fegato, Reni).
    Nell'insonnia i due organi maggiormente coinvolti sono Cuore e Reni .
    Ognuno di questi organi alberga in sé uno specifico aspetto dello spirito, della mente. Se questi organi sono sbilanciati non sono più in grado di ospitare in modo debito lo spirito e questo vagherà senza dimora (teoria taoista della MTC sullo coscienza spiritista). Uno spirito in movimento, o disturbo dello shen, si può manifestare in vari modi incluso disordini dello stato d'animo, palpitazioni, ma l'insonnia è comunque il più comune dei sintomi.
    Il sonno nella MTC è " legato allo yin, lo shen è il suo padrone, se lo shen è in pace allora c'è sonno, il motivo per cui non è in pace è perché il qi patogeno disturba oppure perché lo yin è insufficiente" (Zhamg Jiebin).
    Per la MTC il giorno e la notte appartengono rispettivamente alle due energie yin e yang, energie che scorrono nell'universo, nella natura e dentro l'uomo. Yang e yin sono sempre compresenti ed in movimento l'uno verso l'altro ed il sonno viene causato da una pienezza fisiologica serale dell'energia yin (analoga all'acqua, all'interiorizzazione, alla passività…) contemporaneamente ad un minimo energetico dell'energia yang (fuoco, esteriorizzazione, attività).
    Stati alimentari, situazioni psichiche, fattori climatici per questa medicina sono importanti cause di aumento oppure diminuzione delle due energie che influenzano i vari organi del corpo umano tonificandoli o indebolendoli. L'insonnia viene definita come uno stato di pienezza dello yang serale contemporanea ad un vuoto dell'energia yin (il contrario della situazione fisiologica) in particolare occorre distinguere vari tipi di insonnia causate dalla forza o debolezza di un organo.
    Il Fegato è anche coinvolto nei disturbi del sonno. E' molto importante che di notte il sangue si immagazzini nel fegato, questo è uno dei motivi per cui si consiglia di dormire di fianco sul lato destro, per non opprimere il cuore e favorire in questo modo l'accumulo di sangue nel fegato.

    Il tipo di insonnia da vuoto di fegato si caratterizza da un sonno facile da ottenere ma da un risveglio continuo ripetute volte durante la notte.
    L'insonnia da pieno di fegato è invece caratterizzato dalla difficoltà ad addormentarsi ma che una volta addormentato dorme tranquillo fino alla mattina.

    VALERIANA

    Dal latino valere, essere forte, robusto, avere vigore. Conosciuta anche con il nome di  erba gatta.

    L'osservazione degli effetti inebrianti, che aveva in particolare sui gatti,  accrebbe l'interesse per la sua azione sul sistema nervoso.

    Nonostante il suo utilizzo risalga all'antico Egitto e venga indicata da Plinio per gli spasmi della gola, essa assume un ruolo di primo piano durante il Medioevo.

    Considerata una vera panacea, si pensava potesse curare la febbre e l'epilessia, le convulsioni e l'isterismo.

    Indicata come erba di riappacificazione, le sue virtù calmanti e la sua capacità di far ridere sono riconosciute a partire dal Cinquecento.

    Durante il Rinascimento viene utilizzata soprattutto per le virtù sedative e per riequilibrare l'irrequietezza sessuale o "passione isterica".

    I primi studi sugli effetti sedativi della tintura di Valeriana risalgono agli inizi del  Novecento. Successivamente sono stati studiati anche gli effetti miorilassanti sulla muscolatura liscia, che sembrano invertirsi con dosi elevate (Benigni-Capra-Cattorini).

    Considerando le caratteristiche di rilassante e di antispasmodico, gli estratti di Valeriana sono utilizzati, secondo l'uso tradizionale, nell'ansia da attesa, nella depressione reattiva, in alcuni tipi di emicrania, nella dispepsia nervosa e nelle nevrosi di origine sessuale.

    PASSIFLORA

     Dal latino tardo passio, passionis, passione, e flos, floris, fiore, fiore della passione di Cristo. La signatura è fra le più esplicite della tradizione popolare, poichè molti elementi del suo fiore assomigliano agli strumenti della Passione di Cristo.

    Pianta forse già conosciuta ai tempi dei crociati, venne introdotta in Europa all'inizio del Seicento, ad opera dei monaci spagnoli che la portarono dall'America.

    Usata come sedativo nei problemi del sonno, H. Leclerc la indica anche nei disturbi nervosi della menopausa, nelle crisi di angoscia e negli stati di eccitazione.

    Attualmente è inserita ufficialmente nelle farmacopee di Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Egitto, Inghilterra, dove il British Herbal Compendium la indica per insonnia, nervosismo, ansietà e stress. Fa inoltre parte della raccolta di piante delle monografie della Commissione Europea, che ne ha approvato l'uso interno per stati di agitazione e irrequietezza.

    Insonnia psicosomatica e alimentazione.

    Addormentarsi presuppone allentamento da ogni controllo, da ogni attività, richiede disponibilità e fiducia, capacità di abbandonarsi a ciò che è sconosciuto. Dobbiamo aspettare pazientemente che il sonno scenda su di noi. Il sonno conduce nelle zone d'ombra e notturne dell'anima, fa vivere nel sogno quello che non è stato vissuto di giorno. Chi ha difficoltà ad addormentarsi ha difficoltà e paura ad affidarsi al proprio inconscio, chi si sveglia di notte non è riuscito a lasciare le problematiche del giorno per affidarsi alle leggi della notte.

    Alimenti che possono favorire il sonno:
     

    • miele, cioccolato, frutti dolci (fichi, banane, datteri, cachi, ananas, avocado) - In quanto ricchi di zuccheri semplici, favoriscono l'assorbimento rapido di triptofano e la sua trasformazione in  serotonina per questo motivo possono essere assunti subito prima di coricarsi;

     

    • pasta, pane, altri cereali - Hanno un effetto più lento, perciò è preferibile consumerli con maggiore anticipo;

     

    • carne, pesce, uova, latte, formaggi, legumi, semi oleosi - Contengono triptofano e, quindi, favoriscono il sonno.



    Sostanze considerate "alleate" del sonno:

     

    • adenosina - Aminoacido presente nell'organismo che sembra svolgere una potente azione ipnotica; si trova in particolare nella giuggiola, frutto di color rosso dal sapore acidulo;

     

    • casomorfine - Presenti in latte, latticini, yogurt, hanno azione sedativa e calmante.


    Merati L., Mantellini B., La medicina complementare nella pratica clinica, Masson  2005

    Le proprietà degli oli essenziali.

    Gli Oli Essenziali (OE) svolgono:

    • attività antimicrobica;

    • azione spasmolitica e carminativa sulla muscolatura liscia;

    • azione espettorante;

    • azioni a livello del SNC (rispetto, Ansia* - Dolore/azione analgesica**)

    *Una review sistematica di 6 trial clinici (randomizzati e controllati di aromaterapia e massaggio (Cooke, Ernst, 200) suggerisce un effetto ansiolitico moderato della modalità presa in considerazione. In ogni modo, solo tre degli studi clinici sull'effetto dell'aromaterapia sull'ansia sono di buona qualità.

    Stevensen (1994) mostra una certa, seppur limitata,  evidenza che l'uso d'OE di Citrus aurantium flos (Neroli) nel massaggio riduca l'ansia, rilassi e calmi. Gli effetti di riduzione del dolore, ansia e tensione sembrano più durevoli di quelli associati al massaggio senza aromaterapia. E' interessante fare risaltare il fatto che quest'attività sembra dovuta alla penetrazione transdermica dell'OE e non alla sua inalazione/percezione olfattiva, poichè i pazienti indossavano mascherine per l'ossigeno durante i trattamenti.

    Wilkinson (1995) suggerisce che l'addizione di OE (1%) di Anthemis nobilis a un olio vettore per massaggio non solo migliora i livelli di ansia, ma comporta miglioramenti duraturi, seppur limitati, della severità dell'ansia, dei sintomi fisici e della qualità della vita in pazienti con patologie tumorali.

    Dunn, Sleep e Collet (1995) attuano uno studio non perfetto, ma che potrebbe indicare l'utilità della Lavandula vera (1%) nel massaggio per ansia, nei disturbi dell'umore e nella capacità di "coping".

    **La menta piperita da sola e la combinazione menta piperita con eucalipto, applicati alla fronte di soggetti sofferenti d'emicrania, provocano il rilassamento del muscolo temporale e diminuiscono l'irritazione emotiva (Göbel, Schmidt, Sokya, 1994).

  • Fame Emotiva

    Fantasia - pensiero - azione.

    Il piacere del cibo.

    ...

  • EUstress e DIstress

    Etimologia del termine Stress.

    Gli studi scientifici.

    Le fasi della Sindrome Generale di Adattamento (SGA).

    Stress acuto e Stress cronico.

    Il rapporto tra ansia e stress.

    Le componenti psicologiche dello stress.

    Le componenti fisiologiche dello stress.

    Gli interventi sullo stress.

    L’attivazione dei sistemi fisiologici, biologici e psicologici è caratterizzata anche da emozioni. È presumibile pensare che lo stato di stress acuto corrisponda non a una qualsiasi attivazione emotiva ma soltanto a una certa coloritura emozionale: quella, appunto, della preoccupazione, della paura, dell’aggressività, della rabbia, della concentrazione. Esso corrisponde cioè a emozioni connesse a stati di allarme, vigilanza, attenzione e controllo.

    Etimologia del termine Stress.

    ‹strès› s. ingl. [propr. «sforzo»: dal fr. ant. estrece «strettezza, oppressione» (der. del lat. strictus «stretto»), e insieme aferesi di distress «angoscia, dolore»], usato in ital. al masch. – 1. In fisica e nella tecnica, sinon. di sforzo nell’interno di un punto di un corpo elastico; in partic., il tensore degli sforzi in un sistema continuo. 2. a. Nel linguaggio medico, la risposta funzionale con cui l’organismo reagisce a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura (microbica, tossica, traumatica, termica, emozionale, ecc.). Negli organismi degli animali superiori si configura in una serie di fenomeni neuro-ormonali fra i quali predomina l’intensa attività secretoria della corteccia surrenale. b. Nell’uso corrente, tensione nervosa, logorio, affaticamento psicofisico, e anche il fatto, la situazione e sim. che ne costituiscono la causa: è da tanto tempo che è sotto s.; risente ancora dello s. di quella lunga e frenetica attività; non ha ancora superato lo s. dell’intervento chirurgico; lo s. della vita moderna; guidare in città nelle ore di punta è diventato uno s. notevole. 3. In geologia e petrologia, minerale da stress, minerale che ricristallizza durante un processo metamorfico, in regime di pressioni orientate.

    (fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/stress/)

    Gli studi scientifici.

    Lo studio scientifico dello stress ha storicamente inizio nel 1925 con il fisiologo di origine austriaca Hans Selye, quando egli era ancora studente di medicina presso l’Università di Praga.

    Selye, ascoltando le lezioni di clinica medica tenute dal Professore Von Jaksch, osserva che il docente, prospettando il quadro clinico dei malati, tralascia sintomi aspecifici presenti nella maggioranza delle malattie (febbre, malessere generale, disturbi della cenestesi, perdita dell’appetito, dolori muscolari ed articolari, astenia, diminuzione della libido, perdita dell’interesse e della concentrazione). Tali sintomi, ritenuti troppo generici ed aspecifici per essere presi in considerazione, sono presenti nella fase iniziale di quasi tutte le malattie. Ponendo l’attenzione proprio su questi sintomi, invece, Selye focalizza l’attenzione su quella che definirà meglio in seguito come sindrome di malattia primitiva.

    Dieci anni più tardi svolge attività di ricerca presso l’Università Mc Gill di Montreal e lavora ad un progetto di ricerca sugli ormoni sessuali: inietta estratti di ovaie e di placenta nei ratti e nota in essi sempre la stessa reazione biologica (ingrossamento della corteccia delle capsule surrenali, riduzione di volume del timo, della milza e dei linfonodi, ulcere gastriche e duodenali). Successivamente decide di iniettare nei ratti una sostanza chimica, la formalina, al posto di estratti d’organo e ancora una volta si verificano le reazioni biologiche già osservate, ma in maniera più evidente. Selye attribuisce queste alterazioni ad un’attivazione aspecifica dell’asse ipofisario-surrenalico.

    Selye comincia a pensare e a convincersi che vi sia un nesso logico fra le due osservazioni, quella di Praga e quella di Montreal, perché entrambe sono l’espressione di una reazione organistica “globale aspecifica”; le due risposte sono forse l’espressione di un’unica reazione polisistemica?

    Si stava delineando una sindrome: un insieme di sintomi che ammette un eziologia multipla ed una patogenesi unica. Su questa linea Selye sviluppa l’idea che in ogni malattia ai sintomi iniziali, generali e aspecifici, di natura neurovegetativa (osservazione di Praga), fa seguito una reazione ormonale dell’asse ipofisario-surrenalico con conseguente risposta della corteccia surrenale, dei linfonodi, e delle mucose gastrica e duodenale (osservazione di Montreal). L’associazione tra le due osservazioni, distanziate tra loro nel tempo e nello spazio, segna la nascita della Sindrome Generale di Adattamento (SGA).

    Proseguendo le ricerche Selye giunge alla conclusione che la sindrome generale ed aspecifica di malattia è provocata dalle più svariate cause.

    Nel 1936 la rivista “Nature” pubblica il primo articolo di Selye sulla sindrome aspecifica di malattia primitiva, sottolineando un concetto fondamentale: agenti stressanti diversi provocano sempre la stessa reazione biologica (SGA); dunque lo stress è la reazione aspecifica dell’organismo intero a qualsiasi agente stressante (stressor).

    La reazione aspecifica agli stressor è costituita dalla SGA e dalle reazioni di attacco e di fuga, mediante le quali il corpo, inteso in senso globale ed integrato, risponde in maniera unitaria con una reazione generale ampia, e pertanto aspecifica. Essa è volta a superare o neutralizzare lo stressor, coinvolgendo in una reazione a catena tutti i “sistemi della vita”: il sistema neurovegetativo, il sistema endocrino, il sistema immunitario ed i sistemi metabolici. Dal punto di vista fisiologico, la SGA si presenta come una reazione di adattamento degli automatismi biologici dell’ambiente interno alla continua variabilità, talvolta stressante, dell’ambiente esterno, con la mediazione della reazione emozionale.

    Nelle sue prime pubblicazioni Selye parla di “sostanze nocive” capaci di indurre una reazione di allarme, ma nel corso delle sue ricerche scopre che non sono solo queste ad attivare la SGA, ma anche stimolazioni fisiologiche, psichiche, meteorologiche ed emozionali (Selye, 1946).

    Nell’elaborazione finale Selye identifica lo stress come una reazione adattiva e fisiologica aspecifica a qualunque pressione esercitata sull’organismo da una gamma assai ampia di stimoli eterogenei, ed espressa essenzialmente da variazioni di tipo endocrino: attivazione della corteccia e della midollare del surrene (Selye,1976).

    In base a questa definizione lo stress non è necessariamente una condizione patologica dell’organismo, anche se può produrre patologie in determinate circostanze; esso è prodotto da situazioni di stimolo assolutamente fisiologiche (come un’attività sportiva o un rapporto sessuale) oltre che da stressor potenzialmente dannosi per l’organismo (esposizione a freddo o caldo intensi, introduzione di allergeni).

    Partendo da questa concezione dello stress, la ricerca scientifica si è orientata a spiegare i meccanismi attraverso i quali i differenti stressor possono indurre una reazione di potenziale significato patologico.

    Selye aveva postulato l’esistenza di un ipotetico mediatore, biochimico o nervoso, da lui chiamato First Mediator, che fungeva da tramite tra gli stimoli e le strutture endocrine deputate alla produzione della reazione di stress. Tale ipotesi è stata successivamente ripresa e riformulata da Mason (1975), il quale postula che la reazione di stress sia in realtà mediata costantemente da un eccitamento del livello emozionale. Il suo punto di partenza è l’aver rilevato attraverso un’ampia documentazione che la reattività del sistema ipotalamo-ipofisi-corticosurrene è stimolata dai più vari eventi psicosociali che, per loro natura, inducono comunque nell’individuo una reazione emozionale. Il first mediator, la cui esistenza è stata postulata da Selye ma mai dimostrata, sarebbe rappresentato, secondo Mason,  dalle strutture anatomo-funzionali responsabili dell’attivazione emozionale a livello fisiologico e dell’apparato psicologico coinvolto nella risposta emozionale.

     

    L’importanza delle emozioni ha condotto alcuni autori a proporre il concetto di stress psicologico. L’elevata variabilità delle risposte neurovegetative e neuroendocrine a stimoli standardizzati suggeriva l’ipotesi che accanto o prima dell’attivazione emozionale si dovesse pensare a un’elaborazione di tipo cognitivo degli eventi stressanti. Si andava delineando il concetto di uno schema multidimensionale caratteristico di ciascun individuo, nel quale la componente di tipo cognitivo è naturalmente tanto più complessa ed articolata man mano che si sale nella scala evolutiva filogenetica.

     

    Lazarus (1966), “le circostanze stressanti vengono filtrate dal sistema cognitivo del soggetto”; se uno stimolo non è valutato (a diversi livelli di consapevolezza) come rilevante per l’individuo può non verificarsi attivazione emozionale e reazione di stress.

    Pancheri (1979), i contributi di diversi autori d’impostazione psicologica hanno permesso di porre l’accento non solo sugli aspetti fisiologici dello stress, ma anche sugli altri aspetti comportamentali e cognitivi a esso associati.

    Pancheri (1984), si è visto come l’organismo biologico modifichi transitoriamente il suo stato funzionale per meglio adattarsi a cambiamenti del mondo esterno che siano rapportabili alla conservazione della vita individuale o alla sopravvivenza della specie. Tali modificazioni sono rappresentate da schemi integrati di reazione caratterizzati da una complessità crescente nella scala dello sviluppo filogenetico, a mano a mano che aumentano le capacità di apprendimento e di simbolizzazione, e parallelamente all’aumento delle loro possibilità di attivazione da parte di una più ampia categoria di stimoli psicosociali (comunque connessi ad un’attivazione di tipo emozionale ed affettivo).

    Pancheri (1979), questa maggiore complessità fa crescere la capacità di adattamento e di difesa dell’essere umano ma allo stesso tempo rappresenta anche una potente fonte di disturbo per il normale svolgersi della reazione psicofisiologica agli stimoli stressanti.

    Le fasi della Sindrome Generale di Adattamento (SGA).

    La Sindrome Generale di Adattamento (SGA) comprende tre fasi:

    • a reazione di allarme, al primo impatto con lo stressor si ha una mobilitazione generale di tutte le forze difensive mediante l’attivazione del sistema nervoso autonomo (sintomi specifici ed aspecifici), che è il sistema di primo intervento e di emergenza. La reazione di allarme comprende a sua volta ulteriori tre fasi (che rilevano il modo tipico di funzionare del sistema nervoso vegetativo):

      • la fase preliminare o di shock, nella quale avviene un calo delle funzioni vitali. In questa fase, l’organismo subisce passivamente, sia per limitare gli effetti nocivi dello stressor, assorbendo senza opporre resistenza, sia per organizzare le riprese e far fronte allo stato di allarme;

      • la fase acuta di allarme o di contro-shock, in cui prevale il sistema simpatico con elevazione rapida ed energetica delle funzioni omeostatiche basali; l’organismo organizza specificamente tutte le sue difese. In questa fase il sistema simpatico, oltre ad agire sul metabolismo e sulla circolazione sanguigna, attiva la costellazione endocrina simpatica, con la secrezione e l’emissione in circolo di adrenalina e noradrenalina, e mette in funzione l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene, con l’aumento del glucosio quale energia di pronto impiego. A questo punto la mobilitazione delle difese è generale: il cuore batte più in fretta, aumenta l’afflusso sanguigno ai muscoli che possono scattare con più rapidità, il sangue diviene più coagulabile per premunire contro eventuali emorragie da ferite. Appare evidente come proprio quest’ultima difesa possa trasformarsi anche in un infarto se le coronarie sono a rischio. Contemporaneamente, le funzioni corporee non strettamente necessarie alla difesa (digestione, sessualità, sintesi proteica, ecc…) vengono messe in una sorta di “limbo” funzionale. In genere le difese allertate in questa fase sono sufficienti a neutralizzare o allontanare la causa nociva;

      • la  fase di ripresa, con intervento del parasimpatico quale sistema di rigenerazione energetica e di restaurazione della normalità man mano che l’eccitazione del simpatico decresce.

     

    Esaurita la reazione di allarme, se in tempi relativamente brevi la causa nociva non è stata completamente neutralizzata dai sistemi difensivi di pronto intervento, si attiva:

    • la fase di resistenza o adattamento, nella quale l’organismo organizza più stabilmente le sue difese. In questa fase il sistema difensivo neurovegetativo lascia il campo libero all’asse ipofisario-surrenalico con modalità difensive a più lungo termine, per cui la metabolizzazione della causa nociva viene ad essere diluita nel tempo in maniera più adeguata. Durante questa fase l’organismo struttura un migliore adattamento all’agente stressante, elevando le funzioni omeostatiche basali con un notevole dispendio di energie; la capacità di resistenza sale così al di sopradei valori normali, persistono sia i sintomi specifici che quelli aspecifici, mentre scompaiono i sintomi di shock e contro-shock della precedente reazione di allarme.

     

    Se anche la fase di resistenza non è in grado di metabolizzare l’agente stressante, i meccanismi omeostatici, logorati dall’accumulo dei vari stressor, vanno incontro a:

    • la fase di esaurimento, l’organismo viene sopraffatto per il crollo delle difese, diviene incapace di resistere ulteriormente alle cause di malattia. La fase di esaurimento è l’esito di un sovraccarico funzionale per i sistemi generali difensivi, sovraccarico che si protrae per troppo tempo a livelli che superano il punto critico di rottura. Nella fase di esaurimento ricompaiono, aggravati, i segni della reazione di allarme, che possono raggiungere i livelli di shock irreversibile.

    Stress acuto e Stress cronico.

    Gli studi sulla misurazione dello stress hanno fatto emergere le differenze tra "stato momentaneo" di stress, o stress acuto, dalle caratteristiche cosiddette di "tratto" o "stato permanente"di stress, o stress cronico, connesse a un processo di stabilizzazione instauratosi nell'individuo (Spielberg, 1989).

    Stress acuto, detto anche stress costruttivo, adattivo, o eustress (dal greco eu "bene, "buono"), si identifica nella complessa reazione dell'intero organismo a stimoli ambientali che lo mettono nella necessità di intervenire e agire con prontezza, concentrazione, efficacia, in tempi relativamente brevi. E' la condizione nella quale l'attivazione biologico-comportamentale, indotta dallo stimolo stressante, si instaura rapidamente e si esaurisce in breve tempo, con ritorno alla condizione di baseline (Pancheri, 1987).

    Stress cronico, uno stato permanente di stress, una presenza di caratteristiche di tratto dello stress, uno stato di distress (dal greco dys "male"), si verifica quando le condizioni di stress, e quindi di attivazione dell'organismo, permangono anche in assenza di eventi stressanti, oppure quando l'organismo reagisce a stimoli di lieve entità in maniera sproporzionata, come se fosse in presenza di situazioni altamente pericolose e dannose alla sua sopravvivenza individuale, riproduttiva e di gruppo.

    Il rapporto tra ansia e stress.

    Molti ricercatori hanno studiato il fenomeno dello stress attraverso le manifestazioni dell'ansia, questo perchè ansia e stress sono manifestazioni intimamente connesse ma mentre lo stress rappresenta una risposta dell'intero organismo ad una serie di stimoli che lo pongono in una condizione di allarme, di attenzione, di vigilanza e, più in generale, di necessità di azione, l'ansia è, invece, una delle possibili manifestazioni patologiche dello stress.

     

    A volte l'ansia viene però considerata anche come una reazione adattiva e utile, una reazione cioè che è in grado di preparare l'organismo all'azione. Quest'ansia "fisiologica" potrebbe anche essere definita come condizione di arousal o eccitazione (Rispoli, 1992). Secondo il punto di vista funzionale, la contraddizione tra una concezione dell'ansia esclusivamente patologica e una per così dire normale può essere superata differenziando l'ansia dall'eccitazione: è il meccanismo di eccitazione che può alterarsi patologicamente, sia nel senso di un troppo scarso (insufficiente ad un'efficace predisposizione all'azione)  livello di arousal fisiologico e di attivazione emotivo-cognitiva, sia nel senso di un'attivazione troppo elevata rispetto alla reale pericolosità dello stimolo (a questa situazione potrebbe essere attribuita la definizione di ansia).

    L'ansia è caratterizzata da una diminuzione del controllo della corteccia corticale e da un aumento dellonde cerebrali a ritmi lenti. Normalmente si intensificano le attività mnemoniche, nel senso di un confronto tormentoso tra situazioni attuali difficili, non compiute, e il proprio passato, a volte rimpianto con la dolorosa sensazione che non potrà ritornare più.

    in condizioni patologiche più avanzate, l'ansia comporta una partecipazione emotiva drammatica ed esagerata, con una prevalenza ossessiva di preoccupazioni e paure. Le risposte cortico-limbiche sono sensibilmente incrementate, e aumentano ancora di più i ritmi encefalografici di tipo theta.

    Le componenti psicologiche dello stress.

    In generale possiamo affermare che la psicologia ha fatto il suo ingresso nell'area tematica dello stress solo in un secondo tempo ed in particolare quando si è considerato lo stress come qualcosa che non è connesso solo con il piano fisiologico, ma anche con il piano cognitivo ed emotivo, con implicazioni di carattere sociale e relazionale non indifferenti.

    Stress come stimolo. Lo stress, trattato secondo la prospettiva dello stimolo, permette di mettere a fuoco quelle particolari situazioni ambientali che possono impegnare e superare le risorse adattive di un individuo. Questo approccio è proprio di una corrente psicosociale che considera le modifiche ambientali di per sé stressanti, denominandole "stressor", cioè condizioni di vita o eventi che comportano "pressioni" sull'organismo.

    L'accento viene posto maggiormente dugli stressor di forte intensità, di tipo traumatico: avvenimenti cioè che hanno un carattere critico, in un certo senso "drammatico", per la loro intensità e severità. La considerazione che,per l'individuo, il pericolo inizia quando gli stressor si fanno troppo numerosi e pressanti ha convogliato l'attenzione sull'aspetto oggettivo della quantità. L'accumularsi, cioè, di una serie di avvenimenti di vita critici, improvvisi ed inaspettati può impegnare in maniera eccessiva e far collassare le capacità adattive di un individuo.

    Più recentemente, all'analisi degli eventi di tipo straordinario si è aggiunta l'analisi di avvenimenti presenti quotidianmente, di condizioni abituali di vita che comunque agiscono in maniera continuativa sull'attivarsi del soggetto. E' stata sottolineata, così, l'influenza di problemi che sono previsti e attesi, ma che, verificandosi in modo ripetitivo, possono esercitare pressioni esagerate sull'individuo e rivelarsi portatori di stress (Delongis et al., 1982). Numerosi autori hanno anzi sottolineato che proprio gli avvenimenti quotidiani e ripetitivi (che possono variare da piccole seccature fino a difficoltà anche più grosse) rivestono un peso maggiore nel provocare malattie rispetto a episodi più pregnanti ma relativamente rari (Lazarus, 1984; Kanner et al., 1981).

    Dobbiamo, inoltre, riconoscere a Lazarus l'importanza data alla condizione soggettiva con cui l'evento viene vissuto, cioè la specificità del significato che l'avvenimento ha per ciascun individuo. Secondo Lazarus, lo stress psicologico è un particolare tipo di rapporto tra la persona e l'ambiente, un rapporto valutato dalla persona come gravoso, o superiore alle proprie risorse, e minaccioso per il proprio benessere (Lazarus e Folkman, 1984).

    Anche per quanto concerne lo stato d'ansia, è stato ribadito che essa viene attivata solamente nelle condizioni in cui il soggetto valuta la situazione che sta vivendo come minacciosa (Spielberg, 1989).

    Per poter valutare le condizioni e lo stato di stress di una persona occorre considerare gli eventi stressanti come caratteristiche relative all'ambiente generale in cui vive l'individuo piuttosto che come caratteristiche dello stato di stress dell'individuo stesso.

    Stress come risposta. L'approccio che definisce lo stress come reazione a degli stressor focalizza l'analisi sulle risposte adattive del soggetto, che possono poi essere o non essere patologiche, sia in senso psicologico che fisiologico.

    Questo modo di definire lo stress si ispira principalmente alla tradizione biologica di inizio secolo. In particolare Cannon (1931) considerava lo stress emozionale come una risposta d'urgenza adattiva.

    Oggi lo stress è considerato sempre più una concausa costante di moltissime malattie psicosomatiche e numerose altre patologie, causate in qualche misura da una depressione dell'apparato immunitario sul quale in maniera sempre più indubitabile si è accertato che lo stress cronicizzato agisce negativamente (Toates, 1995; Buckingam et al., 1997; Cassidy, 1999; Finke, 1999).

    Le componenti fisiologiche dello stress.

    Inizialmente, l'attivazione fisiologica associata all'azione di uno stressor è stata descritta soprattutto dai modelli teorici che ne prevedevano l'influenza sul sistema nervoso vegetativo e sul sistema endocrino; solo successivamente è stata sottolineata la ripercussione sul sistema immunitario.

     

    E' oggi un dato acquisito che gli stressor in genere, e quelli emozionali in particolare, producano modificazioni funzionali a carico di tutti gli organi, attraverso la mediazione, oltre che del Sistema Nervoso Vegetativo (SNV), anche del sistema endocrino e del sistema immunitario (Pancheri e Biondi, 1979; Biondi e Ricciardi, 1997). Un indebolimento dei sistemi di difesa dell'organismo può dipendere sia da un deficit che da un sovraccarico funzionale a livello endocrino o immunitario, ma in genere esso è influenzato dalle alterazioni del funzionamento integrato di entrambi i sistemi con il SNV. Questo, sottoposto ad una situazione stressante, modifica il livello di attività attraverso una complessa serie di meccanismi di regolazione, strettamente connessi sia a livello periferico che centrale. Nel SNV periferico la stimolazione del sistema simpatico produce risposte vegetative tali da predisporre l'organismo all'attività o all'emergenza: aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a ausa della vascolarizzazione periferica, con una migliore irrorazione degli organi vitali; aumento della frequenza respiratoria; tensione e palpitazione muscolare che si esaurisce nell'azione. La via parasimpatica del SNV può ugualmente essere attiva ma il suo effetto risulta meno dominante.

    Nel SNV centrale la funzionalità autonoma di base viene modulata da centri di regolazione cerebrali che permettono di adattare le reazioni vegetative dell'organismo ai diversi stimoli ambientali: il sistema limbico (il cui ruolo è legato alle funzioni affettive), la corteccia cerebrale (che regola le funzioni cognitive) e l'ipotalamo (la cui funzione è soprattutto coordinatrice) (Pancheri, 1984).

    un gran numero di studi sperimentali hanno dimostrato le strette connessioni esistenti tra substrato anatomofisiologico delle emozioni e centri del SNV il quale poi svolge una importantissima funzione di regolazione delle reazioni viscerali sia direttamente sia tramite le strutture neuroendocrine (con la conseguente attivazione endocrina periferica).

     

    Il sistema neuroendocrino, d'altra parte, è collegato anch'esso alle strutture cerebrali. Le due sezioni principali del sistema neuroendocrino sono situate nei nuclei dell'ipotalamo, che ricevono importanti afferenze dal sistema limbico (i cui neuroormoni agiscono principalmente attraverso l'ipofisi anteriore) e nella midollare del surrene (i cui neurormoni sono caratterizzati da un'azione tessutale diretta). L a loro attivazione in condizione di aumentata richiesta prestazionale produce, rispettivamente, un aumento degli ormoni ipofisari e un aumento delle catecolamine circolanti.

    Numerose sono ancora oggi le ricerche sulle possibili correlazioni tra emozioni e risposta dell'asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene (HPA) partendo dalla considerazione che gli stimoli fisici condizionano il livello di cortisolo soprattutto attraverso la mediazione di un'attivazione emozionale (Toates, 1995; Finke, 1999).

    L'attivazione catecolaminica, prodotta dalla stimolazione della midollare del surrene, ha un'azione prevalentemente a carico della muscolatura liscia ( accanto ad un'azione metabolica meno rilevante), con lo scopo di modificare lo stato funzionale di tutti gli organi e sistemi durante l'esecuzione dell'azione di attacco o di difesa. A livello cardiaco si ha un aumento della frequenza e della gittata sistolica; a livello vascolare si ha un aumento della pressione per azione soprattutto della noradrenalina, mentre l'irrorazione muscolare migliora e l'albero bronchiale si dilata per permettere un aumento della ventilazione polmonare. L'azione a livello tessutale periferico degli ormoni prodotti dalla midollare del surrene (e cioè adrenalina e noradrenalina) è quindi analoga a quella ottenuta attraverso una stimolazione del sistema simpatico.

     

    SNV e sistema endocrino agiscono sinergicamente per adattare l'organismo alle richieste operate su di esso da un'ampia gamma di stressor. In questo sinergismo funzionale, il SNV agirebbe da organo di integrazione e di controllo attraverso i suoi centri e il suo sistema di vie efferenti ed afferenti, mentre il sistema endocrino agirebbe da servomeccanismo metabolico per modularne e potenziarne l'azione a livello tessutale.

     

    Oggi si sa che il SNV ha, inoltre, la medesima funzione di controllo, di integrazione e di mediazione (tra ambiente esterno e interno) sul sistema immunitario. Recenti studi hanno fatto avanzare l'ipotesi che l'attivazione del parasimpatico produca una inibizione della reazione immunitaria, mentre l'attivazione del parasimpatico ne provocherebbe una stimolazione.

    Un'influenza del sistema neurovegetativo sul sistema immunitario, che può invece essere considerata indiretta, è rappresentata dalla mediazione neuroendocrina.

    La terapia integrata dello stress.

    La maggior parte dei pazienti che si rivolgono alle cure antistress sono persone che stanno vivendo una condizione di forte malessere, preoccupati e spaventati dalla quantità dei sintomi: spesso emersi all'improvviso, al di fuori di qualsiasi possibilità di controllo, e soprattutto non inquadrabili in una chiara patologia di pertinenza medica. Altri pazienti, anche se non sono in una fase acuta di malessere, sentono il bisogno di recuperare uno spazio di contatto con se stessi, di ritrovare situazioni di rilassamento, maggiori capacità di gestire gli stress ai quali quotidianamente sono sottoposti, sia nell'ambito lavorativo che familiare.

    Le modificazioni che si ottengono nel corso di una seduta antistress permettono di ridurre l'attivazione simpaticotonica e di andare verso uno stato di prevalenza vagotonica.

    Attraverso un intervento antistress viene ripristinata la capacità di percepire i segnali di affaticamento del proprio organismo (prima vissuti unicamente come negativi) come veri e propri campanelli d'allarme. Se una persona li avverte e li riconosce può essere molto più facile prevenire il malessere; si recuperano, inoltre, risorse esistenti: facilità nel raggiungere una condizione di rilassamento efficace, mobilità tra stati di attivazione e disattivazione in generale, apprendimento di nuove strategie necessarie per gestire situazioni di stress.

    Gli interventi sullo stress.

    Considerata la complessità della reazione di stress e la conseguente alterazione dell'intera configurazione funzionale della persona in stato di stress cronico, si rende indispensabile una modalità di intervento multidimensionale, che agisca su più livelli contemporaneamente. Lo stato qualitativo interno diventa lobiettivo primario dell'intervento; che si realizza agendo sul filtro funzionale quale attendibie ed efficace indice dell'alterazione delle varie funzioni psicocorporee e delle sconnessioni tra i piani funzionali, entrambe caratteristiche di una condizione di cronicizzazione dello stress.

    La condizione di stress cronico si àncora sul piano posturale-muscolare e su quello fisiologico: le funzioni della respirazione, del tono muscolare di base, delle posture, dei movimenti vanno in cortocircuito. Gli stimoli da esogeni e concreti si trasformano in endogeni e fantasma, alimentando senza sosta uno stato di stress più o meno intenso e rendendo l'organismo estremamente fragile nei confronti di altri agenti stressanti di tipo esterno.

    Un simile stato di stress alimenta, a sua volta, le sconnessioni con l'area del cognitivo e le alterazioni delle fantasie e dell'immaginazione, aggravando le condizioni preesistenti; le emozioni hanno sempre meno possibilità di esprimersi direttamente attraverso movimenti e posture adeguate, e, così compresse e soffocate, si traducono direttamente e drammaticamente in alterazioni e disturbi fisiologici.

    Il quadro funzionale della persona in condizioni di stress è caratterizzato:

    • sul piano emotivo, da un'emozione di scontentezza, di rimpianto. La rabbia e l'aggressività sono chiuse e irrigidite; le paure incombenti non lasciano troppo spazio ad altre emozioni positive.

    • sul piano cognitivo, la consapevolezza si stacca dal posturale e dal fisiologico impedendo di percepire le varie alterazioni in atto (tono muscolare, respiro,...) Il razionale è spesso molto sviluppato al fine di controllare l'esterno; l'immaginazione perde la capacità progettuale di organizzare il movimento verso il futuro e si trova sommersa da fantasie che vengono da lontano o dai ricordi della passata iperproduttività.

    • sul piano dei sistemi fisiologici interni, da una condizione di simpaticotonia cronica, e una respirazione affannosa o molto trattenuta, e alta, nel torace. Spesso sono presenti modificazioni nella percezione del tono muscolare di base in numerosi distretti corporei dell'organismo, legate all'immobilità ed a malesseri generali, tra cui tachicardia, insonnia e disturbi neurovegetativi.

    • sul piano posturale-motorio, sono presenti rigidità e stereotipie con movimenti limitati, spesso bruschi e a scatti. Mancano in genere quelli morbidi, quelli ampi, quelli forti ma calmi.

    queste manifestazioni non sono necessariamente presenti tutte con la stessa intensit ma proprio in virtù delle possibilità che vari piani funzionali si sconnettano tra di loro è possibile rilevare differenti gradi di alterazioni in differenti persone ed intervenire in maniera mirata per il ripristino di una condizione di benessere.

    L'intervento sarà dunque volto al recupero delle possibili alterazioni del filtro funzionale (della configurazione psicocorporea dell'organismo tipica della reazione di stress cronico e causa del perdurare di tale reazione). Si agisce su quei meccanismi che producono un corto circuito nei funzionamenti, che generano sconnessioni tra i diversi piani dell'organismo, che instaurano una iperattivazione prolungata nel tempo, non concedendo momenti di recupero e di disattivazione.

    L'obiettivo è dunque il ripristino di una integrazione di fondo per recuperare un naturale alternarsi di attivazione-eccitazione a momenti di rilassamento-riposo.

    La metodologia funzionale antistress agisce sullo stato di stress cronico in atto, sui sintomi o sui disturbi neurovegetativi esistenti; ma offre anche la possibilità di intensificare la capacità di prevenire lo stato di cronicità: riconoscere per tempo i segnali di stanchezza nel nostro corpo, e apprendere ad allentare attraverso frequenti micropause anche in situazioni stressanti. il lavoro è finalizzato al ripristino della respirazione diaframmatica, alla mobilizzazione del tono muscolare di base, all'allentamento della rigidità delle posture; tutti elementi che possono essere considerati tra i più importanti fattori di regolazione generale dell'intero organismo.

    Nella metodologia funzionale antistress, lo scopo fondamentale è quello di recuperare e ricostruire pienamente alcune delle Esperienze Basilari del sé che sono di importanza primaria per l'allentamento dell'organismo, quali il lasciare, l'abbandonarsi, lo stare, la calma, la pienezza tranquilla. L'idea portante è condurre la persona averso una condizione (ritrovare, riscoprire, ricostruire) in cui possa  attingere pienamente a queste potenzialità, quando lo desidera, quando serve. Per ottenere ciò è indispensabile agire su tutti i livelli funzionali che costituiscono le Esperienze Basilari, che contribuiscono a rendere tali esperienze complete e piene: le emozioni, i ricordi, le immaginazioni, le posture, il tono dei muscoli, l'attivazione dei sistemi fisiologici, la consapevolezza, il respiro, le percezioni. Per recuperare le Esperienze di Base della calma e della tranquillità bisogna riportare all'integrazione tutte queste funzioni e rivolgerle tutte sinergicamente alla calma e al benessere tranquillo.

    Vengono utilizzate diverse tecniche di intervento mirate alla cura e ad aumentare le capacità di gestione delle situazioni difficili e stressanti che le persone devono necessariamente affrontare nella loro vita.

    Respirazione

    La respirazione diaframmatica spontanea profonda è costituita da ritmi e movimenti precisi, ed è caratteristica delle condizioni di calma e di benessere.

    Muscolatura

    Le contrazioni e le tensioni che si riscontrano nei soggetti stressati riguardano diverse fasce muscolari: la nuca, la schiena, il torace, le gambe. Ne deriva una sostanziale incapacità ad abbandonare l'attivazione, l'allarme, la vigilanza, anche in situazioni reali esterne di tranquillità e di calma. Tensioni croniche di questo tipo sono responsabili di sintomi debilitanti: vertigini, sbandamenti, fiacchezza esagerata,  durezza dei movimenti, fitte di dolore, stanchezza dei muscoli, vista appannata.

    Movimenti

    Anche l'uso dei movimenti permette di recuperare vecchi equilibri perduti, antiche esperienze che sono alla base dell'esistenza: lasciare, abbandonarsi, calma, rilassatezza. I movimenti lenti, morbidi, fluidi, non trattenuti, riaprono antiche sensazioni.

    Consapevolezza

    Momenti altrettanto importanti hanno come obiettivo il condividere informazioni e conoscenze sui processi psicofisici dello stress: consapevolezza della modalità con cui si innescano le reazioni di stress di ciascuno, percezione della differenza tra stress acuto e stress cronico, comprensione di sintomi come vertigini, mal di testa, insonnia. Uno spazio viene dedicato allo studio delle strategie individuali di gestione dello stress: come affrontare momenti stressanti; come evitare che lo stresss perduri nell'organismo; come fare nella vita di ogni giorno per evitare di accumularlo.

    Piano Immaginativo

    Nell'intervento antistress vengono utilizzate anche alcune teciche specifiche di immaginazioni guidate. L'obiettivo di questa pratica è quello di riconnettere il piano delle fantasie con le sensazioni corporee legate al rilassamento ed alla piacevolezza.

    Emozioni

    Attraverso l'intervento antistress si possono superare paure profonde che lo stato di stress fa emergere e acuisce: paure di lasciarsi andare; di perdita di controllo, di malattie; si recupera il piacere di prendersi cura di sé; si riduce il clima emotivo di allarme e le emozioni di incapacità di fronte alle pressanti richieste dell'ambiente.

  • Gruppi d'Incontro

    Condividere un cammino.

    In ogni ambiente in cui viviamo, noi ci mascheriamo, non mostriamo agli altri chi realmente siamo, pensando così di essere meglio accettati. Crediamo che tutto ciò sia senza conseguenze per il nostro benessere, e ci sbagliamo. 

     

    In un gruppo invece le persone si sciolgono, si lasciano andare, fino ad arrivare ad esperienze di espressione emotiva, verbale e corporea che mai avevano provato prima. La parola chiave è l’accettazione, di se stessi e degli altri; è quando c’è accettazione che la persona cambia ed i frutti della partecipazione ad un gruppo vengono espressi anche al di fuori del gruppo stesso, obiettivo questo centrale dell’attività gruppale.

     

    Il gruppo non è fine a se stesso, non deve essere visto come un’oasi di benessere nel quale ricaricarsi ma come un’esperienza che dona spunti di applicazione del benessere alla vita quotidiana.

     

    Alcuni tra i processi più comuni che si sviluppano in un gruppo:

    • Resistenza iniziale all’espressione e all’indagine personale: le persone inizialmente rivelano il loro Sé pubblico e gradualmente passano ad esporre quello privato.

    • Espressione di sentimenti passati/presenti: inizialmente le persone parlano del loro passato, poi piano piano iniziano a parlare del presente, di quello che provano nel “qui ed ora” (a volte esprimendo sentimenti negativi), ed è quello il primo vero materiale su cui lavorare (ricordiamo che questo tipo di gruppi è centrato sulle relazioni con gli altri, e il modo migliore per studiare tali relazioni è proprio parlare del presente, cosa provo adesso mentre sto parlando con te…).

    • Investigazione del materiale personale: quando qualcuno inizia a portare del materiale personale significa che ha accettato il gruppo come suo, che si sente parte del gruppo e che lì dentro c’è libertà di espressione. Gli altri membri possono reagire in modi diversi a quella dichiarazione: alcuni possono accogliere quel materiale mentre altri possono rifiutarlo.

    • Lo sviluppo di una capacità curativa in ambito gruppale: molte persone sviluppano una capacità curativa, di ascolto ed empatia che non pensavano di avere solo dopo aver partecipato ad un gruppo.

    • Accettazione di se stessi come inizio del cambiamento: di solito è accompagnato con una espressione emotiva forte di una persona che rimane di fronte a tutti gli altri, senza scappare, e si mostra così com’è.

    • La rottura della facciate: col passare del tempo è il gruppo stesso che non sopporta più che alcuni suoi membri mantengano alte le loro difese; capita (in diversi modi, a volte con gentilezza, altre volte con aggrssività) che il gruppo stesso esiga da un individuo che sia se stesso.

    Una emozione che richiede particolare attenzione perché al centro dei processi di sviluppo e cambiamento in una dinamica di gruppo è la solitudine, intesa come la mancanza di contatto con altre persone. Quando un individuo abbandona il suo guscio diventa più vulnerabile a questa solitudine, che può arrivare a rasentare il dolore quando una persona permette a se stessa di capire che il significato della vita non risiede né può risiedere nel rapporto della sua facciata con la realtà esterna. La solitudine viene alimentata da una convinzione: nessuno può amare il mio vero Sé, ciò che realmente sono; il gruppo funge da catalizzatore per facilitare l’espressione del vero Sé.

  • Iperefficienza mentale e Ipersensibilità

    Pensiero - percezioni - emozioni - empatia - confini

    ...

  • Caregiver

    Chi è il caregiver?

    Eventi traumatici: malattia e infortunio gravi.

    Chi è il caregiver?

    Il termine inglese è costituito dalle parole care “cura” e giver “chi da”, identificando quindi colui che, occupandosi e rivolgendosi ad un altro da se, “da/ha cura” in termini sia pragmatici che emozionali, svolgendo un ruolo fondamentale anche per il buon esito della terapia o comunque di una riorganizzazione della vita.

     

    Il caregiver familiare è pertanto colui che si prende cura di una persona cara bisognosa di assistenza a lungo termine, in quanto affetta da una malattia grave e/o cronica, da disabilità o da qualsiasi altra condizione di non autosufficienza; generalmente sono mogli, mariti, fratelli, figli, genitori, coloro che stanno accanto, ascoltano, sostengono, aiutano.

     

    La condizione (malattia-infortunio-disabilità…) non li colpisce in prima persona ma pesa su di loro, a volte con gravi conseguenze. Chi si occupa di una persona cara tende a farsi carico, oltre ai suoi bisogni, di tutti di tutte le sue emozioni, finendo spesso con il mettere in secondo piano il proprio benessere, lasciando che sia invasa ogni area personale: si mette completamente a disposizione del proprio caro, in un ruolo di dedizione assoluta.

    È importante che il caregiver mantenga il proprio equilibrio, è pertanto necessario incrementare la consapevolezza rispetto alla condizione di accudimento e alla necessità di mantenere un’area di libertà individuale (tempi, spazi per occuparsi di se, mantenere relazioni sociali,  per monitorare e occuparsi del proprio benessere e se necessario chiedere aiuto a sua volta). Il rischio è quello di venire schiacciati dalla sofferenza dell’altro e conseguentemente di non essere più di aiuto.

    Eventi traumatici: malattia e infortunio gravi

    La malattia grave e/o cronica (tumore, SLA, cardiopatia, ictus ecc..) è sicuramente una condizione psicofisica di grande stress ed elevato impatto emotivo. Le aspettative e le speranze legate alla qualità della vita e alla vita stessa vengono fortemente incrinate. Il dolore fisico ed emotivo tendono a prevalere alimentando le paure legate alla condizione presente, alla propria autonomia e alla possibilità di credere e investire sul futuro.

    Anche i gravi infortuni (lesioni cerebrali e spinali, amputazioni, ecc…) cambiano radicalmente le condizioni di vita di una persona, a volte riducendone l’autonomia o comunque richiedendo l’acquisizione di nuove competenze che permettano un riadattamento all’ambiente.

     

    Peculiare è, inoltre il vissuto emotivo di uno sportivo a fronte di un infortunio grave. L’atleta che incontra un infortunio grave può sperimentare una condizione di distacco dal proprio corpo, di riduzione della consapevolezza di ciò che accade all’esterno, difficoltà di concentrazione e di ricordo degli specifici dettagli attinenti al trauma. Da un punto di vista emotivo possono manifestarsi due diverse modalità di reazione: distacco affettivo o anestesia emozionale, verso i sentimenti devastanti; eccessivo stato di eccitabilità, associato ad ansia e paura. L’infortunio propone all’atleta una visione di se non più infallibile, bensì limitato e impotente. Questo provoca reazioni di rabbia, tristezza, depressione, senso di colpa, non accettazione dell’accaduto ed in seguito rifiuto di seguire un programma di riabilitazione.

  • Disabilità, Diversità, Sport e Promozione del Benesssere

    Le sei facce del problema.

    Il Sé spezzato.

    Sport: dall'integrazione all'inclusione.

    ...

  • Viaggio nella Coppia

    Ri-conoscersi.

    Un incontro a due:
    occhi negli occhi
    volto nel volto

    E quando mi sarai vicino io coglierò i tuoi occhi
    per metterli al posto dei miei,
    e tu coglierai i miei occhi
    per metterli al posto dei tuoi,
    così io ti guarderò coi tuoi occhi
    e tu mi guarderai coi miei.

    Così persino la cosa comune impone il silenzio 
    e il nostro incontro rimane la meta della libertà:
    il luogo indefinito, in un tempo indefinito,
    la parola indefinita per l'uomo indefinito.
    Jacob L. MORENO, Motto, in Invito a un incontro, 1914
  • Tempo di Qualità

    Quando la famiglia cambia: come affrontare la separazione.

    Il tempo si crea e si protegge.

    ...

  • In movimento

    Le psicomotricità e il Gioco

    Le competenze motorie sono fondamentali per la salute psico-fisica e per lo sviluppo del bambino. In età prescolare la plasticità cerebrale favorisce le capacità di apprendimento in tutti gli ambiti di sviluppo, dal cognitivo al motorio, conferendo a questo periodo di vita grosse potenzialità.

    Attraverso il gioco è possibile sviluppare la manualità, la mobilità, l'equilibrio.

    Il gioco simbolico permette, inoltre, ai bambini di:

    • esplorare comportamenti che non osano avere a causa di paure o di limitazioni sociali;

    • esercitare la loro leadership;

    • usare la loro immaginazione per inventare luoghi e personaggi, pur prendendo spunto da modelli reali;

    • esercitarsi ad affrontare situazioni sconosciute, acquisendo conoscenza di se stessi;

    • imparare regole sociali.

    CURIOSITA'

    Il marchio tedesco SCHLEICH (figurine e accessori giocattolo dipinti a mano) riporta sulle confezioni il pensiero della dottoressa S. Stone "According to research, open-ended play is one of the most important ways to ignite children's imaginations and maintain their creativity into adulthood. Schleich figurines and playsets immerse kids in experiences thet are the very epitome of open-ended play."

    Il comportamento di gioco è uno dei primi campi di esperienza sensoriale ed emotiva, fenomeno determinante di sviluppo e, per questo, indispensabile per la formazione dell’individuo.

    I mattoncini LEGO sono un gioco senza manuale d’istruzione, s’impara facendo, esplorando possibilità e combinazioni e vedendo immediatamente i risultati dei tentativi fatti.

    Un gioco libero ma strutturato, perché non posso mettere i pezzi come mi pare. Se ci provo, non si attaccano o vengono via facilmente.

    Un gioco dove spesso il bambino sa quello che vuole fare e ha un chiaro disegno in testa di quello che vuole ottenere.

    Un gioco che ha bisogno e che crea ordine mentale.

    Un gioco che è la perfetta metafora della creatività: da tanti pezzi uguali, creo qualcosa che prima non c’era.

    Metafora delle regole e dell’ordine come base della creatività. Metafora delle strutture che guidano, invece di intralciare, il pensiero e la fantasia.

    La mente del bambino cerca di creare un ordine fra i contenuti della sua esperienza sensoriale e, attraverso questa, estrae schemi dalla realtà che lo circonda.

    La SWISS BALL nasce nel 1963 da un produttore italiano, Aquilino Cosani, che iniziò a vendere queste grosse palle colorate in tutta Europa come giocattoli per bambini.

    Il primo approccio nel mondo della riabilitazione lo dobbiamo a Mary Quinton, pioniera della fisioterapia inglese, che in quello stesso anno scoprì questi palloni e iniziò ad utilizzarli nel suo programma di cura per neonati e bambini colpiti da paralisi cerebrale infantile. Successivamente, grazie alla direttrice della scuola di fisioterapia di Basilea, queste palle giocattolo iniziarono ad essere conosciute da tutto il mondo come veri e propri attrezzi per la rieducazione neuromotoria.

    Alcuni benefici:

    • miglioramento della postura;

    • maggiore equilibrio;

    • gravità VS postura.

    L'HULA HOOP è un giocattolo che deriva dalla giocoleria, un “semplice” cerchio che semplice non è, e che permette di provare innumerevoli esercizi con il corpo, divertendosi e allenando la coordinazione e i muscoli.

    Essendo un esercizio solo apparentemente semplice, ma che per essere imparato richiede concentrazione, costanza e coordinazione, l’hula hoop è un attrezzo molto consigliato ai bambini, perché diviene strumento versatile per muovere tutto il corpo in maniera diversa dal solito, favorendo così l’intelligenza corporea, la coordinazione e l’equilibrio.

  • Dimmi Cosa Provo

    Gioco - emozioni - immagine

    ...

  • Raccontami una Storia

    L'utilizzo e l'importanza delle fiabe.

    La tecnica delle storie disegnate.

    "Per poter risolvere i problemi psicologici del processo di crescita - superando delusioni narcisistiche, dilemmi edipici, rivalità fraterne, riuscendo ad abbandonare dipendenze infantili, conseguendo il senso della propria individualità e del proprio valore, e quello di dovere morale - un bambino deve comprendere quanto avviene nella sua individualità cosciente in modo da poter affrontare anche quanto accade nel suo inconscio. Egli può giungere a questa conoscenza , e con essa alla capacità di affrontare se stesso, non attraverso una comprensione razionale della natura e del contenuto del suo inconscio, ma familiarizzandosi con esso, intessendo sogni ad occhi aperti: meditando, rielaborando e fantasticando intorno ad adeguati elementi narrativi in risposta a pressioni inconsce. Così facendo, il bambino adegua un contenuto inconscio a fantasie consce, che poi gli permettono di prendere in considerazione tale contenuto."

    Bruno Bettelheim

    La tecnica delle storie disegnate

    Le storie disegnate sono una tecnica grafica di disegno spontaneo (uno strumento psicodiagnostico-psicoterapeutico), che focalizza i problemi psicologici che sostengono i sintomi.

    Permettono: di valutare la sofferenza del piccolo paziente; di trovare uno spazio comune di comunicazione e di condivisione; sono un termometro clinico dell'andamento della relazione con se stesso e con l'altro.

  • Decluttering

    L'arte del riordinare: tra emozioni e radicamento.

    ...

  • La Vita, la Morte, la Malattia

    Genitori e figli in ospedale: come parlare ai bambini.

    Il mare dell'acqua e il mare del cielo.

    ...

  • Simbolismo dei Colori

    Simboli associativi e simboli emozionali.

    Pensiero e sentimento: sentire il colore.

    Il concetto di "simbolo" possiede due significati radicalmente diversi ed è quindi necessario distinguere fra simboli che sono primariamente associativi e simboli che sono primariamente emozionali.

    L'impiego associativo dei colori, l'associazione di contenuti al colore,  serve: come segno o segnale; come simbolo culturale.

    Il simbolo primariamente emozionale invece trova il suo fondamento in un vissuto emozionale; più precisamente, esso è determinato a livello psicofisiologico. Le strutture psichiche di base, altrimenti denominate archetipi, possono essere rappresentate in molti modi: colori, forme, concetti... . Le rappresentazioni delle strutture psichiche costituiscono i simboli emozionali. Quanto più elementare è la rappresentazione, tanto più il simbolo viene vissuto e compreso universalmente.

    "Ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome o anche una rappresentazione [nel nostro caso un colore] che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale. Esso implica qualcosa di vago, di sconosciuto, di inaccessibile per noi"

    C. G. Jung, 1983a, p.21

     

    Secondo Jung un simbolo appartiene tanto alla regione del pensiero quanto a quella del sentimento, tanto alla sensazione quanto all'intuizione. Un approccio unicamente intellettuale al simbolo ne svilisce la portata, ne amputa la parte più ampia e più fecondamente in contatto con l'inconscio. Gli studiosi più appassionati del simbolismo cromatico hanno sempre invitato a "sentire" il colore; Goethe come Steiner, Kandinsky come Luscher pongono a fondamento delle loro osservazioni non tanto le misurazioni quantitative, quanto la sensibilità intuitiva, emotiva, estetica di percepire le evocazioni del colore, di cogliere dentro di sé la risonanza emozionale che il colore sollecita.

  • Suoni ed Emozioni

    Ritmo, melodia e armonia relazionali.

    "La musicoterapia agevola i processi creativi conducendo alla maturazione del sé, sviluppando la capacità e la volontà di utilizzare le potenzialità individuali per un personale benessere in campi quali l'indipendenza, la libertà di cambimento, l'adattabilità, l'equilibrio, e l'integrazione. Gli strumenti della musicoterapia comprendono le interazioni del terapista, del o dei pazienti e della musica. Queste interazioni danno il via e sostengono dei processi di cambiamento musicale e non musicale che possono essere o non essere osservabili.

    Poiché gli elelmenti musicali, ritmo, melodia, armonia sono elaborati nel tempo, il terapeuta ed il paziente (o i pazienti) possono sviluppare delle relazioni esistenziali che portano la qualità della vita ad un ottimo livello. Crediamo che la musicoterapia apporti un contributo unico al benessere del soggetto in quanto la recettività dell'uomo alla musica è unica"

    Simposio Internazionale - Università di New York, giugno 1982

    Neuropsicofisiologia della musica

    Strutture complesse vengono condivise sia dalla comunicazione audio-vocale sia dalla musica: si osserva una notevole attività dell'emisfero destro, per via di un trasferimento degli stimoli dalle cellule nervose di un emisfero, attraverso il corpo calloso, alle cellule nervose dell'altro emisfero.

    Questi percorsi neuronali, che conducono poi al sistema limbico e all'ipotalamo (le aree profonde del "cervello emotivo"), sembrano fornire emozioni legate alla musica.

    Le emozioni generate dalla musica giocano un ruolo centrale nella qualità dell'esperienza umana, estendendo i loro effetti alla sfera cognitiva, della memoria, dell'attenzione, del ragionamento.

  • Risorse Umane

    Business Team: clima e soft skills.

    Strategie di comunicazione.

    ...

  • Finanza Comportamentale

     

    Gestione del cliente.

    ...

  • Modelli Neurofisiologici e Teorie della Mente

     

    Il Modello neurofisiologico di Gellhorn:

    la curva energetica.

    Il Modello neurofisiologico di Laborit: l'inibizione dell'azione.

    Il cervello UNO-trino di P. D. MacLean.

    L'origine NEUROevolutiva delle EMOZIONI

    di J. Panksepp.

    Il Modello neurofisiologico di Gellhorn:

    la curva energetica.

    Il simpatico ed il parasimpatico, le due componenti del Sistema Nervoso Autonomo, regolano le funzioni dell’organismo ed influiscono sul metabolismo di ogni cellula.
    Il simpatico consente l’attivazione dell’azione e prepara l’organismo a risposte di emergenza con un aumento del battito cardiaco, uno spostamento del sangue verso i muscoli ed un aumento del respiro con dispendio di energia.

    Il parasimpatico consente l’attivazione delle funzioni del riposo e del recupero energetico, controbilanciando gli effetti del simpatico, rallentando i battiti cardiaci, spostando il sangue verso il tratto digerente, stimolando la peristalsi e aumentando le secrezioni digestive con recupero di energia.

    Se i due sistemi lavorano simultaneamente i loro effetti si sommano scaricandosi l’uno sull’altro e viene a mancare il rimbalzo, ovvero il completamento della scarica del simpatico, con cui l’attività del medesimo si riduce, con aumento dell’attività del parasimpatico e viceversa. Si crea in questo modo un nodo simpatico/parasimpatico, che assume le dimensioni e le caratteristiche di un vero e proprio nodo emotivo.

    Vi è una stretta correlazione tra nodi emotivi e malessere generale della persona o mal funzionamento. Abbiamo infatti, in questi casi, due tipi di disfunzione:

    1. con il predominio del simpatico si generano emozioni di rabbia, ira, frustrazione, irritabilità e sintomi come agitazione, nervosismo, palpitazioni, insonnia;

    2. con il predominio del parasimpatico si generano emozioni di vulnerabilità, senso di ferita e/o di colpa, paura, tristezza e sintomi come depressione, affaticamento, nausea, vomito, diarrea, stitichezza.

    A livello di intervento terapeutico l’obbiettivo è ripristinare l’alternanza armonica fra le due funzioni per ricreare condizioni di benessere, caratterizzato da emozioni di gioia attiva, a livello del simpatico, e di fusione e piacere, a livello del parasimpatico.

     

    Questo schema teorico aiuta il terapeuta a stimolare nel soggetto l’approfondimento e la trasformazione delle emozioni, al fine di provare, successivamente, sollievo e desiderio di cambiamento e di nuova iniziativa a livello dell’azione personale.

    Il Modello neurofisiologico di Laborit: l'inibizione dell'azione.

    L'ipotesi sottesa al Modello neurofisiologico di Henri Laborit è che i disturbi emotivi e/o psicosomatici derivino da un'inibizione all'azione prolugata nel tempo.

    Questa si verifica quando il sistema di inibizione dell'azione (SIA), per cui la persona non reagisce ad un ostacolo esterno ma scarica dentro di sé le reazioni di attacco e fuga, prevale sul sistema di attivazione dell’azione (SAA) che consente l'allontanamento (fuga) da uno stimolo esterno percepito come minaccioso e l’avvicinamento o l'attacco (lotta) verso uno stimolo esterno percepito rispettivamente come attraente o distruttivo.

    A livello di intervento terapeutico l'obiettivo è la disinibizione dell'azione, a partire dai gesti, dai movimenti e dalle azioni del soggetto, connessi a pensieri e vissuti emotivi che potranno esssere esplicitati ed espressi.

    Integrando il modello di Laborit con quello di Gellhorn, possiamo affermare che i disturbi emotivi e/o psicosomatici, i blocchi emotivi, derivano da un'inibizione all'azione prolungata nel tempo che blocca il normale funzionamento di alternanza tra simpatico e parasimpatico.

    Il cervello UNO-trino di P. D. MacLean.

    MacLean individua tre formazioni anatomiche principali che sono anche funzionali e che si sono sovrapposte, integrandosi, nel corso dell’evoluzione:

    • il cervello rettiliano che rappresenta il cervello più antico, responsabile dei pattern di comportamenti innati e tipici per ogni specie, necessari alla sopravvivenza degli individui e della specie: quindi degli istinti legati alla nutrizione, alla lotta, alla fuga e alla riproduzione;

    • Il cervello paleommammaliano, o sistema limbico, svolge un ruolo importante nell’elaborazione delle emozioni che guidano il comportamento in rapporto ai due principi vitali fondamentali: quello dell’autoconservazione e quello della conservazione della specie. Il sistema limbico è responsabile per le emozioni superiori e per la motivazione, così come per l’apprendimento e la memoria. Pertanto l’emotività è legata a diverse strutture primitive di questo sistema che fornisce, in questo modo, una maggiore flessibilità nel comportamento integrando i messaggi interni ed esterni al corpo.

    • Il cervello neomammaliano, o neocorteccia, è molto sviluppato negli umani ed è la sede del linguaggio, dell’autocoscienza, delle concezioni dello spazio, del tempo, della causalità e, in generale, è la sede di tutti quei comportamenti che richiedono una intelligenza più elaborata per essere prodotti.

    L'origine NEUROevolutiva delle EMOZIONI

    di J. Panksepp.

    Panksepp assume una posizione netta all’interno del dibattito che contrappone una concezione categoriale delle emozioni di base ad un’altra dimensionale; si distingue inoltre dai neuroscienziati cognitivisti che attribuiscono alle regioni sottocorticali l’attività cerebrale all’origine delle reazioni viscerali (variazioni nel battito cardiaco e nella pressione sanguigna, secrezioni di cortisolo) e dei comportamenti emotivo-istintivi, ma che non riconoscono a queste aree ancestrali del cervello la capacità di generare sentimenti affettivi.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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